L’uomo, da sempre, si è misurato con la paura sin dai tempi della sua comparsa sulla terra, guardando con timore tutto ciò che era ignoto, sconosciuto. Ma è proprio grazie alla paura che l’uomo ha sviluppato capacità di adattamento straordinarie, interagendo con elementi naturali spesso ostili, spinto dall’intelligenza e dalla curiosità.
Hermann Hesse scrive: “…la radice di ogni nostra paura è l’ignoto, la paura del passo incerto e dell’incedere nel vuoto…”.
La paura, essendo un’emozione primaria ed arcaica, ha sempre evocato nell’uomo il desiderio di conoscerla e incontrarla.
Quando, invece, la paura smette di essere un’emozione positiva, può diventare fobia o panico, divenendo qualcosa che comincia a sfuggire al nostro controllo, impedendoci di affrontare un viaggio, di guidare l’auto o di rimanere da soli.
Il 15% della popolazione europea è, attualmente, colpita da attacco di panico; l’uso massiccio di farmaci, anche se tiene sotto controllo l’ansia e l’angoscia che ne derivano, non risolve il problema, rendendo il disturbo sensibile alla diminuzione dell’assunzione del farmaco.
L’attacco di panico è una crisi d’ansia estrema, paralizzante, che comporta la presenza di vari sintomi, tra i quali: paura di svenire o di morire all’improvviso, sudorazione, senso di evanescenza, estraneità, paura di impazzire o di perdere il controllo delle funzioni mentali e fisiche.
Tutti questi sintomi compaiono all’improvviso e nelle situazioni più imprevedibili; le crisi possono avvenire con frequenza quotidiana e/o periodica.
Uno dei contributi più importanti, per la terapia in tempi brevi di tali seri ed impedenti disturbi, è stato portato, a livello internazionale, dalla scuola del prof. Giorgio Nardone, direttore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo di cui il sottoscritto è stato prima allievo e poi collaboratore associato con i suoi studi di Bologna, Padova e Verona.
La ricerca empirica ha dimostrato come la maggioranza di coloro che soffrono di un disturbo basato sulla paura, sia nel caso di una fobia, sia nel caso di una sindrome da attacco di panico, abbiano in comune almeno tre ridondanti strategie comportamentali che, di fatto non aiutano ad uscire dalle proprie paure: “l’evitamento, la richiesta d’aiuto e l’eccessivo controllo di sè che sfocia nella perdita di controllo”.
L’evitamento dei luoghi o situazioni fonte di preoccupazioni fobiche, tendendo a ridurre gli effetti sgradevoli della paura è, in realtà, una micidiale trappola, poichè conduce gradatatemnte la persona ad incrementare gli stessi evitamenti sino alla completa incapacità di agire autonomamente. Ogni evitamento, infatti, conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l’evitamento successivo. Tale spirale di progressivi evitamenti produce l’incremento, non solo della sfiducia nelle proprie risorse, ma anche della reazione fobica del soggetto, in modo da far divenire il disturbo sempre più impedente e limitante.
Così come per la tendenza all’evitamento, la richiesta d’aiuto (a parenti ed amici) tende a generalizzarsi, sino a divenire un’assoluta necessità e a condurre la persona nelle più severe forme di disturbo fobico, ossia a non essere più in grado di stare da sola.
La terza tentata soluzione disfunzionale è il tentativo di controllarsi (ascoltarsi in modo eccessivo); in realtà il tentativo dell’eccessivo controllo delle proprie funzioni fa perdere il controllo, sotto forma di incremento della stessa paura. L’esempio è rappresentato dai cosiddetti ipocondriaci (eccessiva preoccupazione circa l’insorgenza delle malattie del proprio corpo), i quali, cercando di continuamente di controllare il proprio organismo alla ricerca di segnali indicatori di una malattia in corso, finiscono per prodursi sensazioni spaventose, dalle quali poi essere spaventati. In altre parole queste persone evocano ed ottengono tutti i sintomi di cui hanno paura.
Secondo l’approccio strategico ai disturbi fobici, è proprio l’instaurarsi di tentate soluzioni disfunzionali che, nel tentativo di proteggerci dall’angoscia scatenante di una fobia o di un attacco di panico, in realtà creano un circolo vizioso che alimenta e fortifica, ancora di più, il ciclo della paura.
Il costrutto di fondo che differenzia il modello della terapia strategica da tutte le altre forme di psicoterapia, è il fatto che, a livello di logica di intervento, ci si focalizza sulle tentate soluzioni che complicano il problema, interrompendo tale circolo vizioso di percezioni e reazioni che reciprocamente si alimentano in una spirale perversa.
Per ottenere ciò si utilizzano stratagemmi terapeutici costruiti ad hoc, per fare in modo che la persona sblocchi il circolo vizioso di tentate soluzioni che incrementano la paura, senza troppi sforzi, sofferenze o impegno di volontà.
Gli stratagemmi terapeutici, infatti, sono benefici inganni o prescrizioni paradossali che conducono il soggetto a fare concrete esperienze emozionali- correttive in grado, in breve tempo, di far superare ed estinguere le fobie o le situazioni di panico, prima ancora che il soggetto stesso raggiunga la consapevolezza di ciò che sta accadendo.
La consapevolezza giungerà ad esperienza fatta, quando sarà ineluttabile, per il soggetto, rilevare le capacità dimostrate e le sue risorse attivate nel fare qualcosa che fino ad allora sembrava a lui impossibile.
In altri termini, riprendendo l’antica saggezza cinese, il primo passo terapeutico, per chi soffre di attacchi di panico, è far loro “solcare il mare all’insaputa del cielo”.
L’assunto epistemologico di riferimento dell’approccio strategico alla terapia è il costruttivismo radicale che ci porta a ritenere che la realtà è un costrutto degli esseri umani e che, pertanto, anche i disturbi fobici non sono altro che il frutto di autoinganni disfunzionali della mente che producono effetti reali. Se si parte da questo presupposto è possibile costruire, attraverso un intervento focalizzato sul problema, un autoinganno terapeutico funzionale alla scomparsa del panico ed utile all’eliminazione della perdita di controllo.
lug
16
Quando le paure diventano panico
lug
16
L’approccio strategico a: paure, fobie, attacchi di panico
La paura, essendo la più primitiva tra le nostre emozioni, quando raggiunge i suoi estremi è la più concreta delle nostre sensazioni e può tramutarsi in panico.
Il 15% della popolazione europea è, attualmente, colpita dal disturbo di attacco di panico.
Il fatto che questo tipo di patologia dilagante sia così pervasiva e discriminante per chi ne è afflitto non vuol dire che sia una condanna dalla quale sia impossibile liberarsi.
L’obiettivo della conferenza sarà presentare le conoscenze attuali, dal punto di vista della terapia breve strategica, relative al funzionamento delle patologie da panico e, soprattutto, la terapia dimostratasi concretamente efficace e rapida per il loro superamento.
I protocolli di trattamento elaborati dal Centro di Terapia Breve Strategica di Arezzo del prof. Giorgio Nardone, di cui il relatore della conferenza, dott. Giuseppe Pecere, è collaboratore, con l’attività svolta dai suoi studi in Veneto ed in Emilia Romagna, in Bologna, Padova e Verona, sono utilizzati con successo in tutto il mondo.
Per risolvere questo impedente problema, che a volte persiste per tempi lunghissimi, non sono necessarie costose e prolungate forme di terapia, ma può essere sufficiente un intervento specifico di terapia breve strategica così rapido e risolutivo da apparire quasi magico.
Del resto, con le parole di Arthur C. Clarke: “…una tecnologia molto avanzata nei suoi effetti non è dissimile da una magia.”
lug
07
Le prigioni del cibo
Il cibo, fonte di piacere e di sostentamento sempre più, nelle società opulente, diviene una prigione che dà luogo a problemi di sovrappeso, di sequenze fatte di abbuffate e condotte di eliminazione o di astinenze assolute, come nel caso dell’anoressia mentale.
Quando il cibo diviene l’unica valvola di sfogo a frustrazioni e problemi irrisolti, questo piacere smette di essere tale trasformandosi in un vero problema impedente per molte persone, sia per ciò che riguarda l’ aspetto fisico, sia per le conseguenze psichiche e comportamentali che produce.
Il Centro di Terapia Breve Strategica di Arezzo diretto dal prof. Giorgio Nardone, di cui il relatore dott. Giuseppe Pecere, psicologo e psicoterapeuta in Veneto ed in Emilia Romagna, in Padova, Verona e Bologna, è collaboratore, ha iniziato uno studio sui disordini alimentari (Anoressia, Bulimia, Vomiting) nel 1993 attraverso una ricerca-intervento, intendendo analizzare lo studio delle caratteristiche del problema, a livello dell’osservazione e della strutturazione di ogni singola variante dei disturbi alimentari, oltre che della rilevazione delle tentate soluzioni ridondanti che si ripetono in ogni singolo problema.
In altri termini, si è osservata una stretta e reciproca relazione tra le strategie comportamentali disfunzionali del soggetto e/o delle persone a lui vicine nel tentativo di dare soluzione al problema e la persistenza e l’aggravamento del problema stesso. Ad esempio sono proprio le diete ferree che, pur consentendoci di perdere peso rapidamente, costruiscono un sistema estremamente rigido che nel tempo sarà destinato a rompersi con la conseguenza che spesso riprenderemo abbondantemente i chili in sovrappiù.
Tale prospettiva operativa ha portato il nostro centro di terapia breve strategica a ritenere questa stretta e reciproca relazione come una “qualità emergente” che nulla più aveva a che fare con la presunta origine del problema.
Pertanto non si è più andati a ricercare le “cause” nel passato o i motivi che avevano generato il disturbo, perchè non più rilevanti e non più interagenti con la nuova struttura del problema, ma ci si è concentrati esclusivamente, dal punto di vista della terapia breve strategica, sullo studio e sul cambiamento di quelle soluzioni che, per lungo tempo, la persona che aveva il problema aveva messo in atto e che non avevano prodotto risultati e che, paradossalmente, diventavano alimento per la complessità stessa del disturbo alimentare.
Ricostruire il passato, infatti, oltre a denotare l’impossibilità di cambiarlo, ci avrebbe allontanati dalla soluzione del problema studiato e non avrebbe permesso, alla “ricerca-intervento”, di orientarsi verso lo studio di “come” il problema si struttura e delle modalit? con le quali persiste.
Si è giunti, così, alla costruzione di singoli protocolli di terapia breve strategica per i diversi disturbi alimentari (Anoressia, Bulimia,Vomiting) e all’individuazione di quegli interventi e di quelle strategie in grado di interrompere la ridondanza delle vecchie tentate soluzioni e, secondo un modo di procedere strategico-operativo, si sono, di volta in volta, scartate le tecniche di psicoterapia che, applicate ad un numero significativo di soggetti, risultavano inefficaci e adottate e replicate quelle che avevano superato il test di una buona efficacia ed efficienza sul piano dei risultati.
Non si tratta, quindi, più di seguire una teoria di riferimento ben precisa ed articolata ma, operativamente, adoperare le strategie e le tecniche del protocollo della terapia breve strategica, in relazione alle caratteristiche del soggetto.
In altri termini, nella terapia breve strategica, “la strategia viene continuamente adattata al problema ed agli obiettivi, senza essere influenzata da precedenti teorie deterministiche”.(Nardone, Salvini 1997)
lug
05
La comunicazione strategica
La comunicazione strategica
Rendere persuasive le parole ed efficace l’agire:
sviluppare talenti e potenzialità.
E’ ormai dimostrato come le nostre aspettative, le esperienze precedenti e gli stati d’animo possano influenzare il nostro modo di percepire la realtà e come la percezione influenzi, in modo determinante, i giudizi e le opinioni che ci facciamo degli altri. Comunicare non significa semplicemente scambiarsi informazioni ma implica una complessa rete di relazioni nelle quali, continuamente, sono coinvolte le emozioni, i giudizi, i comportamenti.
Assumere consapevolezza operativa del proprio modo di comunicare può renderci consapevoli di come poter migliorare la qualità dei nostri rapporti e delle nostre relazioni.
Il corso sulla comunicazione strategica avrà come obiettivo fondamentale quello di fornire ai corsisti strumenti teorici ma, soprattutto, tecniche, tattiche e stratagemmi per correggere le modalità comunicazionali che non funzionano e per far emergere, all’interno di un percorso seminariale che si dia come metodologia l’”imparare facendo”, risorse mai sfruttate, talenti nascosti e nuove capacità relazionali. Ci si soffermerà sull’analisi dei nostri limiti, allo scopo di evidenziare come si possa, attraverso un’allenamento strategico, nella relazione con se stessi, con gli altri e con il mondo, trasformare i propri limiti in risorse, alimentando e favorendo, nello scambio con gli altri, stili e livelli della comunicazione soddisfacenti e gratificanti per la nostra vita quotidiana.
gen
14
La comunicazione in assenza del canale uditivo
Come cambierebbe la nostra vita se, d’improvviso, non potessimo più udire i rumori, le voci, i suoni? Come riusciremmo a comunicare se non avessimo più la capacità di articolare, modulare parole e frasi in un contesto discorsivo delineato dalle regole della grammatica e della sintassi della nostra lingua nativa? Come potremmo rinunciare al potere espressivo e relazionale dell’aspetto semantico della comunicazione senza trovarci in un mare magnum di incomprensioni o di fraindentimenti? Ed ancora, c’è da chiedersi, come sarebbe possibile, in una siffatta situazione di deprivazione sensoriale, raggiungere livelli di astrazione del pensiero tali da permettere l’elaborazione dei concetti nelle forme comparative, interrogative, assertive, implicative? E come, poi, utilizzare le analogie, i doppi sensi, le metafore essendo privi della lingua parlata?
Tale ipotetica realtà potrebbe apparirci difficile se non insopportabile per la qualità della nostra vita; non faremmo i conti, però, con la straordinaria capacità che il nostro cervello ha di adattarsi alle nuove situazioni sensoriali inducendo altri organi di senso e altri apparati motori ad una funzione vicaria capace di salvaguardare, attraverso altri canali, la comunicazione interpersonale e lo sviluppo intellettivo.
Immaginiamo, ora, che tale deprivazione del canale uditivo non sia più improvvisa, a seguito di accadimento accidentale, o determinata da un progressivo decadimento in età senile, ma sia connaturata alla nostra esperienza sensoriale, in quanto intervenuta in età post-natale, in quella fase evolutiva che si suole definire come prelinguale; è il caso di tutti quei bambini audiolesi la cui ipoacusia sia comparsa nei primissimi mesi di vita, costretti a vivere in un mondo privo di suoni e a non poter percepire la voce umana.
Il bambino audioleso, in realtà, è in grado di riorientare il suo apparato neurosensoriale sviluppando acutissime capacità visive che, nei primissimi mesi di vita, lo rendono estremamente sensibie verso l’ambiente esterno dandogli, rispetto al bambino udente, particolari capacità di cogliere ed organizzare le informazioni provenienti dall’espressione del volto materno e dagli stimoli ambientali cinestesici che danno significato al suo mondo.
Oliver Sacks, che ha avuto modo di studiare a lungo gli aspetti dello sviluppo neurosensoriale e linguistico dei bambini audiolesi figli di genitori audiolesi, ha notato che tali bambini, abituati sin da piccolissimi alla gestualità ed alla L.I.S. (lingua italiana dei Segni) usata dai propri genitori per comunicare, erano in grado, all’età di sei mesi, di comunicare alla mamma gestualmente, in modo ovviamente ancora rudimentale, la volontà di assumere il latte materno; ed ancora all’età nella quale il bambino udente (dai 18 ai 36 mesi) esplora ed esperimenta, per la prima volta, il linguaggio parlato costruendo, in modo stupefacente, le regole grammaticali della lingua materna, nello stesso periodo il bambino sordo che sin da piccolo ha avuto modo di apprendere la lingua dei segni, usa il linguaggio segnico in modo rudimentale, come protolinguaggio ma lo colloca correttamente all’interno di precise regole grammaticali e sintattiche che fanno della lingua dei segni una vera e propria lingua.
Di estrema importanza nel linguaggio dei segni è il potere denotativo che le varie espressioni facciali esercitano su una determinata costruzione sintattica con frasi segniche relative, assertive, interrogative, giungendo a denotare la funzione anche degli avverbi o di quantificatori.
Secondo alcuni dati emersi da una ricerca americana degli anni 70, riportata da una delle più note studiose italiane della L.I.S. (Virginia Volterra) è emerso che i bambini audiolesi che sin dalla nascita hanno acquisito la Lingua dei Segni, non hanno subito alcun ritardo circa le tappe dello sviluppo cognitivo rispetto ai bambini udenti.
E’ a questo punto utile chiarire come esistano vari tipi di sordità e come gli effetti sullo sviluppo cognitivo dipendono dai vari gradi e dai diversi periodi di insorgenza di questa seria deprivazione sensoriale.
Si parla infatti di ipoacusia lieve nel caso in cui le capacità uditive siano ridotte ma non compromesse (in genere nel periodo post-linguale o nella terza età per perdita progressiva) e comunque tali da permettere, con l’aiuto di protesi acustiche, di udire adeguatamente la lingua parlata; ci sono poi sordità definite “gravi” a causa di una disfunzione o lesioni dell’apparato acustico nei primi anni di vita, ed anche in questo caso, con un’adeguata protesizzazione è ancora possibile udire la voce altrui ed articolare adeguatamente il linguaggio parlato.
Si parla, infine, di “sordità profonda” nei casi di serio danno dell’orecchio interno o delle varie sezioni del nervo acustico, ed in questo caso si ha l’impossibilità di udire la voce umana e di comprendere la straordinaria ricchezza dei suoni articolati, per cui i sordi profondi dovranno allenarsi alla lettura labiale, agli estenuanti esercizi logopedici e/o all’uso della lingua dei segni. In questo caso di sordità le protesi acustiche saranno molto più utili, anche se solo allo scopo di mantenere o potenziare le residualità discriminatorie dei vari tipi di suoni.
Un’altra importante distinzione, a proposito della sordità profonda, è quella che vede, da un lato, l’insorgenza della sordità prima del periodo critico dell’acquisizione del linguaggio parlato e delle prime regole grammaticali (tra i 21 e i 36 mesi circa) e, dall’altro, le diversissime implicazioni comunicazionali, nel caso in cui tale insorgenza sopravvenga in un contesto nel quale il bambino, avendo già avuto esperienza di suoni e di voci, si sia già costruito un primo preciso contesto di regole sintattiche e grammaticali, oltre che una soddisfacente capacità articolatoria.
Questa capacità straordinaria che il bambino udente ha di costruire regole grammaticali, all’interno di un periodo evolutivo particolare, non sembrerebbe scaturire esclusivamente dalla spiegazione, da parte dei genitori, di tali regole ma da una particolare predisposizione neurologica, da parte del bambino, ad acquisire un modello comunicazionale con un’attitudine innata a divenire “costruttore” di regole, una volta esposto ad un qualsiasi modello linguistico.
Così Chomsky affermava: “Ritengo che…non possiamo evitare di rimanere colpiti dall’enorme disparità tra la conoscenza e l’esperienza e, nel caso del linguaggio, tra la Grammatica Generativa, che esprime la competenza linguistica del parlante nativo, e i dati scarsi e degeneri in base ai quali il parlante nativo si è costruita questa grammatica”.
Sembrerebbe quindi che anche i bambini sordi perlinguali abbiano queste capacità latenti del sistema nervoso che, una volta esposte alla lingua dei segni, siano in grado di costruire regole grammaticali, sintattiche e nessi linguistici; infatti ancora secondo la concezione di Chomsky: “La struttura profonda del linguaggio ha natura essenzialmente astratta o matematica perciò, in linea di principio, essa potrebbe riportarsi altrettanto bene sulla struttura superficiale di una lingua dei segni, di una lingua del tatto o dell’odorato”. La modalità del linguaggio in quanto tale non rappresenterebbe necessariamente un problema.
Il bambino udente, prima di giungere al periodo in cui comincia ad utilizzare correttamente, dal punto di vista grammaticale e sintattico, la propria lingua, prima quindi di divenire un vero e proprio costruttore del modello linguistico di riferimento, per lungo tempo è vissuto all’interno di un mondo di suoni articolati e contestualizzati che hanno costruito, per così dire, una Gestalt, un insieme significativo di contesti importantissimi per la strutturazione e lo sviluppo della propria programmazione neurolinguistica.
L’acquisizione del linguaggio, secondo un approccio costruttivista, è un processo circolare, dal momento che l’apparato uditivo del bambino è in grado di cogliere e di organizzare i dati esterni in un fluire continuo, divenendo modellamento delle capacità neuro-sensoriali le quali, a loro volta, quando avranno raggiunto un certo grado di sviluppo, agiranno sullo stesso modello linguistico, elaborandolo ed organizzandolo in regole strutturate.
Per il bambino ipoacusico, la cui sordità sia sopraggiunta nel periodo perlinguale, l’acquisizione del linguaggio verbale diventa un’opera faticosissima, in quanto basata esclusivamente sull’esercizio articolatorio e di lettura labiale, senza la possibilità, spesso, di contestualizzare, all’interno di un universo di suoni, il grosso numero di regole grammaticali e sintattiche.
Attualmente in Italia l’istruzione dei bambini audiolesi prevede esclusivamente l’uso della lingua italiana verbale come unico strumento di comunicazione, bandendo l’uso della L.I.S. (Lingua Italiana dei Segni) che, in molti casi, è la lingua madre di diversi bambini affetti da sordità profonda figli di genitori audiolesi.
Tutto ciò, spesso per le enormi difficoltà incontrate da questi bambini nell’assorbimento e nell’uso di un sistema di regole di una lingua vissuta, a volte, come inadeguata al proprio sistema neuro-sensoriale, produce un insuccesso scolastico o, nel migliore dei casi, un ritardo nella crescita cognitiva molto maggiore di quanto si potrebbe addebitare alle cause ed alla natura dello stesso handicap sensoriale.
Ritengo quindi che, da parte dell’istituzione scolastica, la soluzione individuata, in molti casi, per un’adeguata educazione, diventi il vero problema e la vera discriminante al successo ed all’inserimento scolastico dei soggetti audiolesi.