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Dialogo sulla Psicoterapia Strategica – 6° ed ultima parte – Perché. Non i perché del problema, ma i perché della terapia

Perché

Non i perché del problema, ma i perché della terapia

Perché nella storia della terapia strategica è tanto importante e decisivo l’apporto di Giorgio Nardone?

La grandezza di Nardone sta nell’aver reso fruibile ed efficace un enorme patrimonio di conoscenze e di esperienze, incorporandolo in una serie di protocolli specifici rivolti a specifici problemi. Elaborando questi protocolli, Nardone ha fornito delle regole generali di comportamento, e queste regole appaiono organizzate in canovacci replicabili. Questo è un punto fondamentale: la “replicabilità”. I protocolli terapeutici si trasmettono: si insegnano e si imparano.

Un altro aspetto fondamentale è che le tecniche sono selezionate e organizzate in strutture, ma non in strutture rigide: si tratta di modelli flessibili, suscettibili di cambiamenti e di miglioramenti continui. Quindi non si parte da una teoria precostituita e intransigente: non si è arroccati dietro una di quelle teorie forti e rigide, che poi diventano predittive, e condizionano, adattando i fatti a sé stesse. Il metodo strategico è flessibile, e si misura a ogni momento con la variabilità dei disturbi e dei comportamenti, in un continuo confronto con la realtà. Si conosce intervenendo: la soluzione del problema dà nuova conoscenza; perciò è una consapevolezza non teorica e dogmatica, ma operativa.

Ecco, in breve, il merito e la genialità di Nardone consistono nell’aver reso “scientifica” questa arte del cambiamento, rendendo riconoscibili in modo veloce molte diverse tipologie di problemi, e replicabili con efficacia i relativi protocolli di trattamento; e nello stesso tempo, nell’aver evitato i rischi e i danni di una teoria rigida: perché il modello che Nardone ha proposto non è statico e definitivo, ma richiede di essere continuamente rielaborato. Noi terapeuti strategici ci domandiamo continuamente come affrontare problemi che ancora non siamo in grado di aggredire, come aumentare la flessibilità facendone pratica, e così via… Il continuo esercizio pragmatico esige di essere disponibili al confronto, e di essere sempre adattabili: di imparare dagli errori. Per esempio, può succedere che, contrariamente alle aspettative, una certa tecnica non funzioni in certe particolari circostanze: allora bisogna fare maggior attenzione al contesto e alle caratteristiche di quella specifica persona. La soluzione, la risposta, sta già nel paziente: bisogna addestrarci a cercarla; saper cogliere le risorse e le capacità del singolo individuo.

Perché il simbolo della terapia strategica è costituito dal disegno di due frecce che si contrappongono in un doppio percorso circolare?

Era già il simbolo del Mental Research Institute (MRI) di Palo Alto; e piaceva molto anche a Erickson. Allude a molte cose insieme: significa la circolarità della comunicazione; e significa il rapporto tra azione e retroazione, che appunto non è lineare e unidirezionale, ma circolare. Allude al metodo pragmatico: che consiste nell’agire sulla realtà, costruire una piccola teoria a partire dall’effetto di questa azione, e poi tornare a verificare la teoria sulla realtà. Inoltre indica una diversa concezione del tempo, in cui il potere di condizionare il nostro presente non appartiene soltanto al nostro passato, perché anche il futuro che ci immaginiamo può modellare il nostro presente.

L’approccio strategico, evitando di fissarsi sulle cause remote dei problemi, ridimensiona il condizionamento del passato?

Toglie il senso di “predestinazione”: cioè l’onnipotenza attribuita a un passato pesante e invasivo. Non si tratta di una visione genericamente ottimista, ma piuttosto improntata a realismo. Il presente ha lo stesso potere e valore del passato; se una persona pensa che il presente conti di meno, e il passato sia determinante, vuol dire che non ha valutato bene. Invece può scoprire nel presente le sue capacità di soluzione dei problemi: può scoprirle usandole.

Fissarsi sulle esperienze negative del passato, alla ricerca delle cause e delle spiegazioni, può essere controproducente?

Sì, perché una persona può restare vittima della propria narrazione. Cerco di ricreare una mia vicenda dolorosa passata, e nel farlo, nel reinnescare la memoria di quello stato, recupero e riproduco anche quelli che erano i miei sentimenti e il mio modo di pensare in quel particolare momento: quindi è un’operazione che mi riporta dentro la sofferenza del passato, mi spinge all’indietro!

In aggiunta a questo, mi sono accorta che lei diffida molto della memoria, vero?

La memoria è inaffidabile! è un flusso in movimento, che rielabora continuamente i suoi oggetti in modo tendenzioso, e continuamente li reinterpreta: sotto la spinta delle emozioni presenti, alla luce delle convinzioni presenti. Il nostro presente influisce sul nostro passato, nel senso che trasforma continuamente il ricordo del passato: noi abbiamo un forte potere manipolatorio sulla nostra memoria, così come la nostra memoria ha un forte potere manipolatorio su di noi. C’è una specie di dialogo interno ininterrotto, attraverso il quale costruiamo i nostri ricordi: ci narriamo e rinarriamo la nostra storia, rifacendola. Mi interessa, mi intriga, mi affascina moltissimo la maniera in cui ciò avviene, i circuiti che ci fanno operare questa costruzione.

Sono riuscita finalmente a trovare il film «Memento» di Christopher Nolan, di cui lei aveva parlato una volta: mi ha fatto un’impressione enorme! è intelligentissimo, molto perturbante…

Sì, funziona come una straordinaria metafora delle trappole e delle debolezze della memoria… della sua tendenziosità. Il protagonista a causa di una vicenda drammatica ha perso la memoria a breve termine: cioè sa chi è, e ricorda la propria vita fino al giorno dell’incidente, ma da quel momento in poi dimentica entro pochi minuti le cose appena successe. Allora cerca di organizzarsi, inventandosi degli stratagemmi per fissare gli eventi: fotografa le persone e gli oggetti con una polaroid, e riempie il retro delle foto di annotazioni, per poterli riconoscere; prende moltissimi appunti in modo ordinato e sistematico, si fa tatuare delle informazioni sul corpo. Cerca la vendetta contro l’aggressore che ha ucciso sua moglie, e l’ha colpito in testa provocandogli questo danno; ma viene manipolato da altre persone che lo sfruttano, approfittando del suo disturbo. E comunque alla fine del film si capisce che lui stesso si è autoingannato, che pur nella sua smemoratezza ha fatto comunque delle scelte tendenziose, ha scelto di conservare la documentazione di certi fatti e non di certi altri… Si è costruito, con la ripetizione incessante, un racconto in cui credere.

Tornando all’idea del passato, quando è troppo invadente e centrale, e tiene troppo ancorata la persona, può diventare fonte di autoinganni disfunzionali.

Cioè che cosa succede?

Succede che un’immagine passata mi limita, che un’idea bloccata di me stesso serve per esempio a legittimare tutto, quello che va e quello che non va nel presente, in maniera autoassolutoria.

Il concetto di «autoinganno» implica una valutazione negativa?

Non in prima istanza. L’autoinganno in primo luogo è una caratteristica imprescindibile degli esseri viventi: consiste nella capacità adattiva, e in questo senso vale per gli uomini, e vale anche per gli animali. Serve alla sopravvivenza. Ci sono persone che hanno una buona stima di sé, una buona capacità di soluzione dei problemi, e una buona capacità di autoinganno, cioè di adattamento al contesto e alle circostanze: e questo è un importante meccanismo di protezione, è vantaggioso, protegge dall’infelicità, dall’angoscia, dalle privazioni.

Come nella storia della volpe e l’uva?

Sì, a condizione di non intenderla come una filosofia di vita un po’ squallida.

Si tenderebbe a vederne il lato un po’ vigliacco…

Non se lo si interpreta come: scegliere la versione più favorevole a sé stessi di un avvenimento, di una situazione. Certe persone sono considerate dagli altri molto fortunate, e a ben guardare si capisce che in realtà sono soltanto capaci di “raccontarsela meglio”, ossia di ristrutturare le cose in un modo favorevole. Può essere una capacità innata, oppure appresa, dalla famiglia e anche dal contesto sociale e culturale, e poi evoluta nel tempo. Una persona di questo genere raggiunge bene l’equilibrio per conto suo.

E invece l’accezione negativa di autoinganno?

L’autoinganno negativo, o per meglio dire disfunzionale, è il problema stesso che si porta in terapia, il sintomo. Può trattarsi per esempio di un autoinganno percettivo: la persona che si vede brutta, con difetti gravissimi che sono tali solo ai suoi occhi e inesistenti per chi la guarda; oppure la ragazza anoressica che continua a percepirsi grassa anche se è scheletrica. L’autoinganno può strutturarsi a vari livelli: percettivo, emotivo, cognitivo.

A livello cognitivo, sarebbe chi ha un’idea rigida di sé stesso, tipo «Io sono fatto così, e basta»?

Sì certo, quando lo proclama come un atto di forza contro gli altri; e poi vale per chiunque abbia un’ideologia fanatica.

E a livello emotivo, l’autoinganno si produce nella vita di relazione?

L’esempio più clamoroso è l’innamoramento, che Nardone chiama uno «splendido autoinganno».

Autoinganno anche quando l’innamoramento è ricambiato?

Beh, si può definire un “buon” autoinganno mentre è condiviso: e allora mi accorgo che è buono dai risultati, perché mi fa stare bene. Molti rapporti amorosi partono bene, ma poi diventano disfunzionali: e allora sarà un “cattivo” autoinganno quando entrano in gioco le squalifiche; oppure se uno dei due si sbilancia in modo esagerato; oppure se il rapporto cade in una rigidità simmetrica o complementare… Bisogna vedere poi se la situazione è recuperabile, o se invece ha raggiunto livelli non più modificabili…

Di fatto all’interno della terapia si lavora a costruire insieme al paziente un autoinganno funzionale, che si sostituisca a quello disfunzionale del problema che gli provoca sofferenza.

Questo autoinganno funzionale si costruisce usando la tecnica del «come se», di cui abbiamo già parlato?

Sì, si costruisce un autoinganno positivo e benefico, utilizzando tra l’altro il «come se»: che viene adoperato come tecnica terapeutica voluta, intenzionale, e artificiosa (almeno all’inizio).

Tenga presente che l’autoinganno negativo (che è un guasto della comunicazione, che dà una risposta patogena a una comunicazione) è esso pure una costruzione, ma una costruzione spontanea, non voluta: il paziente non ha consapevolezza di attuarla, perché per lui questa sua costruzione rappresenta invece l’unica realtà possibile. Le strategie che alimentano il problema si attuano al di fuori della consapevolezza del paziente.

Allora gli si dà – con un linguaggio caricato suggestivamente, in un contesto fortemente ipnotico – la prescrizione di adottare un opportuno comportamento «come se»: che all’inizio sembra artificioso (perché appunto viene richiesto dal di fuori, imposto come prescrizione, e non nasce dall’iniziativa del paziente), ma poi un po’ alla volta diventerà acquisito, fino a trasformarsi in comportamento abituale. L’apprendimento diventerà così comportamento spontaneo. Man mano che procede su questa strada, il paziente percepirà di sentirsi meglio, attiverà nuove risorse, riceverà un riscontro relazionale migliore; e inoltre la sua immagine di sé evolverà, alla luce dei nuovi traguardi raggiunti, e grazie al feed-back positivo che riceverà in risposta dalle persone del suo ambiente.

In sostanza noi inneschiamo nel paziente una «profezia» positiva, capace di autorealizzarsi. E quando comincia a intravvedere nuovi obiettivi, e a ricevere riscontri mai sperimentati, la persona comincia a crederci davvero, in questa «profezia»!

Molti psicologi di vari orientamenti sostengono che una terapia, per essere valida, debba essere necessariamente «un lavoro lungo e duro».

Sì, questo in linea di principio. E di fatto, certi psicologi e psicanalisti, di fronte a una soluzione rapida del problema del paziente, si preoccupano: pensano che il processo non è stato abbastanza lungo; si complicano la vita.

Perché si dice che l’unica costante, l’unica cosa sicura, è il cambiamento?

Tutte le cose sono in continuo movimento. Anche noi dobbiamo essere sempre in movimento, come l’acqua: non stagnare. Migliorarci continuamente, e tenere allenato il cervello, facendo cose difficili; e ogni volta spingere un po’ più in là il nostro limite.

Lo spostamento dei limiti è un processo graduale, che può essere più veloce o più lento. Anzi, si può dire che nel metodo strategico c’è una unione paradossale di velocità e lentezza: tecnica dei piccoli passi, ma avvio molto rapido del cambiamento; sblocco veloce della situazione problematica, e però rafforzamenti progressivi molto misurati e tenuti a freno, e così via.

Perché a volte è più opportuno usare procedimenti indiretti, non lineari?

La scelta generale della semplicità non deve diventare dogma: a volte la via più breve e diretta che porta da un punto A a un punto B non è la migliore, e invece è meglio prendere una strada più tortuosa, e in apparenza allontanarsi dall’obiettivo.

Le faccio degli esempi. Se voglio convincere il mio interlocutore usando il dialogo persuasivo, sarebbe controproducente aggredirlo opponendogli apertamente e subito la mia visione delle cose. All’inizio, al contrario, devo lasciargli spazio per esprimere la sua posizione, devo mostrare di accettare il suo punto di vista, e assecondarlo; e solo in un secondo momento, a poco a poco, comincio a introdurre dei piccoli argomenti che spostano la prospettiva, e lo conducono – senza che quasi se ne accorga – a modificare le sue convinzioni.

Un altro metodo indiretto è l’impiego in terapia dei racconti e delle metafore: in apparenza, sembra che io stia parlando d’altro e non del problema del paziente, che io stia divagando. In realtà avviene proprio il contrario; e questa pseudo-deviazione e questo apparente allontanamento mi avvicinano al bersaglio.

Oppure è il caso di quelle patologie in cui è opportuno non occuparsi direttamente del problema del paziente, ma piuttosto del tipo di relazioni che la persona ha con il suo ambiente: in certi disordini alimentari per molte sedute non si parla affatto di cibo, ma si lavora su altri aspetti, per esempio dando compiti alla famiglia; e solo gradualmente si arriva a toccare la sfera “inviolabile”. Sembra un allontanarsi dalla via maestra, ma aiuta a arrivare a destinazione: è un procedimento del tipo dello stratagemma cinese «Partire dopo per arrivare prima».

Oppure ancora, in certe situazioni si tratta di “accerchiare” il problema: per esempio, con una persona che ha avuto un lutto o una perdita grave, e si sente invasa completamente dal dolore, se riusciamo a potenziare e rafforzare altre aree positive della sua vita, il vuoto resta, ma è come accerchiato. Cioè il miglioramento avviene su altri fronti, che magari la persona non aveva in programma di cambiare; ma col migliorare delle cose intorno, il nucleo doloroso viene circondato da altri elementi che lo compensano e lo controbilanciano.