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Dialogo sulla Psicoterapia Strategica – 5° parte

COME

LE TECNICHE, I METODI

L’arte di porre le domande è assolutamente centrale nella terapia strategica?

Ogni domanda che chiede informazioni, discriminando tra varie possibilità, è già di per sé un intervento. Per esempio, se voglio marcare il miglioramento, e chiedo al paziente: «Lei oggi si sente più contento per il fatto che in questa settimana è stato molto attivo nel lavoro, o per aver rimuginato di meno?», la mia domanda lo influenza già in partenza.

Vuol dire che attira la sua attenzione sul fatto di essere comunque più contento?

Sì, la domanda posta in questo modo fissa il campo: orienta il paziente, lo incanala. La domanda discriminante ha anche un livello interveniente.

Quindi il primissimo inizio del dialogo è già decisivo, per dare la direzione desiderata all’intero colloquio?

Sì. Se un paziente entra e mi dice: «Dottore, devo dirle due cose, una bella e una brutta, da quale comincio?», gli chiedo di parlarmi prima della cosa positiva. Funziona come prevenzione; attenua l’intensità della notizia negativa che verrà dopo; c’è caso addirittura che il paziente parlando si dimentichi della cosa negativa.

Sono molte le regole della comunicazione efficace che il terapeuta deve padroneggiare?

Ci sono delle tecniche importanti per la costruzione del discorso: bisogna variare il ritmo, facendo delle pause; e aprire delle parentesi, introdurre delle divagazioni. Anche i silenzi servono. E contano la posizione e gli atteggiamenti del corpo, l’energia maggiore con cui all’occorrenza si caricano di significato certe frasi determinanti. Ma soprattutto bisogna rendere vivida e attraente la comunicazione, perché sia efficace: saper introdurre al momento giusto storie e metafore adatte, creare immagini e rappresentazioni. Attualmente Nardone si sta orientando a valutare sempre più l’efficacia della «poesia».

Vuol dire l’apporto che può dare la letteratura?

Sì, il potere strumentale di racconti, storie, poesie, aforismi, metafore, utili per il percorso terapeutico. I grandi autori hanno sempre prodotto un’enorme suggestione sulle persone. I testi letterari generano emozioni, non soltanto riflessione intellettuale: cioè producono un apprendimento di tipo emotivo; e proprio in quanto provocano emozioni forti, possono essere fonte di cambiamento, possono rappresentare essi stessi un’esperienza emozionale correttiva. Esistono vari studi sull’utilizzo in terapia della metafora, che è uno strumento prezioso, perché consente alla persona un’identificazione coperta, mimetizzata, che agisce per vie indirette. Nella vita quotidiana noi ci confrontiamo continuamente con i nostri personali modelli letterari: e questo confronto si traduce in comportamenti adattivi oppure disadattivi.

Il dialogo strategico ha una straordinaria utilità in terapia. Nel suo libro «Correggimi se sbaglio», Nardone insegna a trasferire le tecniche del dialogo strategico a un ambito non terapeutico, ma di vita normale e affettiva: la relazione di coppia. Qui però la situazione è diversa, per molti aspetti: quali sono allora gli adattamenti necessari da applicare perché la strategia funzioni anche in questo differente contesto?

Una questione centrale è quella della verosimiglianza. Bisogna che ciascuno scelga le espressioni e le parole più coerenti con il proprio abituale stile comunicativo, perché le domande non appaiano fasulle e forzate. Il dialogo dev’essere verosimile. Un uomo dai modi di solito rozzi, che improvvisamente faccia sfoggio di finezze retoriche, per poi andarsene sbattendo la porta, non è credibile!

L’importante è aver afferrato la regola di strutturazione delle domande. Poi c’è il problema del potere, che è diverso nella relazione terapeutica da quello che è invece all’interno della coppia. Ma quando si dialoga con il partner, si possono coinvolgere anche atteggiamenti di tenerezza, di comprensione. Usarli per trasformare il problema in una risorsa.

Io ho delle perplessità, perché penso che in una situazione difficile di coppia, il partner che desidera prendere l’iniziativa del chiarimento può non sentirsi capace di porre delle domande molto esplicite e drastiche (come quelle suggerite da Nardone); o magari ha paura di dire cose controproducenti, o di rendere reali i suoi fantasmi…

Intanto va detto che la situazione deve presentare delle difficoltà, ma non essere estremamente tesa o compromessa. Questo tipo di dialogo funziona più in termini preventivi, a bocce ferme, che in presenza di un disastro; non è adatto al momento della massima tensione. Certo, c’è sempre il problema del coinvolgimento, delle ansie e paure delle persone coinvolte, che non possono avere un atteggiamento disinteressato. Ma si può prendere qualche rischio, se il comportamento tenuto finora ha dimostrato di non funzionare.

Prendiamo, nell’ambito delle prescrizioni paradossali, l’esempio classico della moglie gelosa e arrabbiata perché il marito esce per conto suo tutte le sere lasciandola da sola. Lei abitualmente gli faceva una scenata ogni volta. Invece le si dice che la prossima volta dovrà augurargli con un sorriso di divertirsi molto! Questo basta a sbloccare la loro solita dinamica. Lei è sbigottita all’idea di dirgli questa cosa, ma lo fa per ubbidire alla prescrizione; e in seguito diventa in grado di farlo perché le si dà consapevolezza: le si spiega che era proprio il suo solito comportamento di lamentele e recriminazioni a scatenare il problema. Allora non ha più paura. Si tratta di abbandonare una procedura perdente!

Per riuscire a dialogare in modo strategico nella vita quotidiana, ci vuole una particolare intelligenza e fantasia, e soprattutto è necessario essere persone forti?

A dialogare si impara: con l’esercizio, con un vero e proprio allenamento. Anche a diventare forti, si impara. Magari con l’aiuto di qualcuno che mi insegna: una persona di cui mi fido, che mi dica: «Fa’ così, e stai a vedere che cosa succede!».

E se di fronte a una domanda a illusione di alternative il mio interlocutore si sottrae subito, cioè rifiuta di stare al gioco scegliendo la risposta A o la B, e risponde invece «Nulla di tutto ciò»; o magari se ne tira fuori in modo villano?

Allora non bisogna smettere lì, ma fare un passo indietro. Spostarsi su una domanda che logicamente preceda: andare indietro fino al bivio precedente! Il rifiuto del mio interlocutore vuol dire che non ho parlato abbastanza il suo linguaggio. Dovrò usare una maggiore cautela, rendere il tono più accattivante con qualche accorgimento: «Forse è solo una mia impressione, e sono io che mi faccio dei pensieri stupidi, ma… ecc.». E appena l’interlocutore dà un minimo assenso, si può ricominciare.

Il dialogo strategico ha un grandissimo potere di autocorrezione: chi fa domande viene rimesso sulla giusta strada dalle risposte. È un procedimento per prova ed errore. Si impara dagli errori; si correggono gli errori.

Lei ammette che ci vuole un certo sangue freddo in chi comincia il dialogo ponendo le domande? e che c’è anche una parte di bluff: nel fatto che uno dei due partner si addossi apparentemente la responsabilità di quello che non va nel rapporto, insomma si riconosca in difetto: «Pensi che io abbia commesso una serie di errori, oppure non mi ritieni all’altezza»?

Sì questo è vero. È uno stratagemma, un’astuzia. Si esagera apposta. Come il bambino che ha combinato un guaio che prepara i genitori, dicendo che ha fatto qualcosa di bruttissimo, che li farà arrabbiare moltissimo… in modo che poi il guaio reale sembrerà meno grave delle previsioni che loro si sono immaginate. E si scommette implicitamente sul fatto che l’altro sceglierà comunque la risposta meno pericolosa.

E se invece l’altro sceglie l’alternativa peggiore? «Penso che tu non sia alla mia altezza», «penso che i tuoi errori siano irreparabili»?

Beh, ma allora vuol dire che il rapporto è pessimo, è degenerato! Tanto vale saperlo subito!

A proposito di errori, mi sembra che il pensiero strategico cambi un po’ la nostra idea di errore, e la renda meno drammatica.

Non si vede l’errore come qualcosa di irreversibile, ma di correggibile. Poi succede che se una persona ha meno paura di sbagliare, sbaglia effettivamente di meno: quando non si è ansiosi, si fanno scelte migliori. Non si deve aver paura a usare il dialogo strategico: un errore si può sempre ristrutturare e utilizzare; oppure lo si può anche semplicemente ammettere! Esercito la mia capacità di rivelare un mio errore, una debolezza. C’è una prescrizione che consiste proprio nell’obbligo di rivelare una propria presunta incapacità: il cosiddetto «perturbante segreto».

La padronanza di certe astuzie del dialogo strategico può servire anche in altri contesti che non siano la relazione di coppia?

Pensi soltanto a quanta presa hanno certi uomini politici, che piacciono e incontrano favore non per la loro eccellenza, ma al contrario perché sanno mettersi al livello di interlocutori mediocri, parlando lo stesso linguaggio! È ovvio che in questo campo bisogna avere un’etica; e viceversa bisogna sapersi difendere dalla cattiva persuasione. Oppure pensi all’abilità di certi venditori porta-a-porta: chiacchierano tutto il tempo di altri argomenti, sembra che non gliene importi niente di vendere il loro prodotto…

Io credo che a volte la capacità di convincere e di avere ascendente sugli altri sia una dote naturale. Alcuni sembra che lo facciano senza sforzo, che abbiano questa capacità di persuadere innata. Succede anche che una persona, sperimentando nel quotidiano, scopra di avere già delle attitudini vincenti che non sapeva di avere: allenarsi in quest’arte non è una perdita di tempo!

Vuol dire per esempio esercitarsi a porre domande?

Una domanda ben posta è decisiva. Conta molto la struttura della frase, e i modi dei verbi: fa molta differenza che si usi l’indicativo o il condizionale… Magari all’inizio uno si sente goffo, poi migliora. Dà delle piccole raddrizzate.

Con il sistema delle domande chiuse, con le due risposte possibili pianificate, sembra che chi fa le domande sappia già sempre dove arriverà. Forse questo vale nella terapia, dove si conoscono già i quadri possibili, e quindi le domande risultano pertinenti, ma le cose non sono un po’ diverse nella vita normale? Tante volte si chiede senza sapere dove si andrà a finire.

Ma è così anche nella terapia. Ci sono i casi difficili, che presentano delle varianti impreviste e non rientrano nella casistica nota; e sono proprio quelli da cui si imparano cose nuove, quelli che fanno evolvere i metodi. Anche nella terapia, come nella vita normale, si chiede per sapere qualcosa che ancora non si conosce, non soltanto per avere conferme. Fare domande in terapia non è solo un’azione manipolatrice; e l’illusione di alternative è solo una delle possibili varianti. Vale sempre il modello antico del dialogo, dell’arte di fare domande per arrivare a un sapere che non si possiede ancora.

Nella epistemologia del costruttivismo, l’arte di fare domande è un intervento conoscitivo: con altre metodologie conosciamo la realtà analizzandola; con questa, intervenendo. Quando si riceve una risposta non pronosticata, è un modo eccellente che la realtà concede per arrivare a nuove scoperte. Non sto solo persuadendo, ma conoscendo; conosco attraverso l’intervento pragmatico, e mi adatto alle risposte che ricevo. A risposta originale e imprevista, devo reagire cambiando il quadro. Si attuano dei tentativi nuovi sulla base di un canovaccio già sperimentato; si procede per tentativi e errori, con metodo autocorrettivo: nuove variabili che emergono, obbligano a trovare nuove soluzioni.

La gradualità, il procedere a piccoli passi, è un modo costitutivo della terapia strategica? (mi sembra che qualcuno abbia detto: «Fare tanti piccoli accordi per arrivare a un grande accordo»).

La gradualità ha a che fare con la natura del cambiamento: all’interno di ogni sistema ci sono forze di resistenza che ostacolano i grandi cambiamenti. Si tratta del principio omeostatico, che preserva l’equilibrio: i cambiamenti sono accettati solo se rispettano le regole del sistema. Allora lo scopo è quello di aggirare la resistenza: la piccola cosa non disturba, l’accumulo di piccoli passi non allarma, non ci si sente minacciati. Questo metodo ha due vantaggi: uno, che la persona non è forzata a fare scelte drastiche; due, che ha una bella sensazione, come di creare dal nulla.

Se si richiede al paziente di fare una piccola cosa, questa sembra facile, e chiunque pensa di esserne capace, di essere in grado di farla?

Chi si figura un cambiamento, di solito si immagina le cose più difficili di quel che sono; ha una visione ostica del cambiamento, e si sente schiacciato. Tanto più che una persona, quando viene in terapia, è già debole di suo. Un rischio che corrono i terapeuti è proprio l’errore di voler strafare. Nardone chiede solo cose molto piccole, un piccolo passo. Bisogna accontentarsi, e non sbilanciare troppo. Per esempio, quando il fobico arriva vicino al suo limite, gli si dice di superarlo di pochissimo, e di rientrare. Superare i propri limiti di poco, è già un’esperienza emozionale correttiva, che dà la sensazione di avere capacità di controllo.

Mi viene in mente quell’esempio della ragazza che aveva paura a allontanarsi da sola: le è stato detto di scegliere una piazza da cui partissero tante vie dritte, poi di camminare finché sentiva arrivare la paura, e allora di fermarsi, voltarsi, e fare 10 passi all’indietro nella stessa direzione. I 10 passi servivano per misurare di quanto aveva superato il suo limite?

No, non è quello lo scopo della manovra. I passi all’indietro sono una distrazione: la ragazza è imbarazzata, deve stare attenta a non inciampare, e si vergogna per la gente che la guarda… e quindi non pensa alla sua paura. È un «solcare il mare all’insaputa del cielo».

Quando il cambiamento comincia, poi procede più speditamente?

Il cambiamento lo misuro anzitutto tra me e me stesso. Quando mi accorgo che è cominciato, non posso accontentarmi; pretendo che sia sempre più ampio e totale.

E le persone intorno come reagiscono?

Le persone intorno possono anche contrastare: quando una persona comincia a cambiare, gli altri di solito si comportano in modo da impedirlo.

Ma perché?

È una resistenza, che cerca di mantenere immutati i ruoli. Il cambiamento dell’individuo influisce sulle relazioni che ha con le persone del suo ambiente, turba la tranquillità relazionale, a cui tutti tengono, e che quindi difendono. Ma se si interviene bene, si possono provocare reazioni a catena opportune anche nei sistemi collegati al paziente. Naturalmente, da altri punti di vista, in un contesto non patologico, la sicurezza dei ruoli è un dato molto importante.

Il concetto di efficacia, cioè ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, vuol dire la più piccola pressione applicata esattamente nel punto giusto? e come si fa a sapere qual è il punto giusto?

Bisogna applicare una piccola pressione in un punto preciso, un punto sensibile che sia adatto a innescare una reazione a catena di cambiamenti. Si fa una mossa alternativa, che va in direzione opposta rispetto alla tentata soluzione finora adottata dal paziente – che è poi quella che continua ad alimentare il problema. Questo non vuol dire che ci sia un’unica mossa possibile per il terapeuta: per esempio a volte conviene agire non direttamente sul paziente, ma piuttosto sui suoi familiari, con delle piccole manovre che destrutturano il sistema degli aiuti, oppure bloccano le solite esortazioni, gli incoraggiamenti, i conforti, che sono controproducenti.

Un altro aspetto importante dell’efficacia è che, toccando il punto giusto (che deve essere un punto sostanziale, ma semplice), i cambiamenti investono anche altre zone, ossia si riverberano nei sistemi attigui. Per esempio, facendo in modo che un ossessivo resti senza collaborazione familiare nei suoi rituali, si ottiene anche il risultato vantaggioso di una maggiore libertà e autonomia per le altre persone della famiglia. Il cambiamento inoltre si riverbera in tutto l’insieme della vita del paziente: l’ossessivo che non fa più i controlli, guadagna un sacco di tempo che può dedicare ad altre attività, a fare cose che prima non faceva. Quindi la sua vita cambia sostanzialmente: non gli abbiamo soltanto levato il sintomo. La dannazione delle persone che soffrono di ossessione e di ipocondria, è che hanno un male presente sicuro, per la paura di un male futuro soltanto possibile.

Chi ha fatto questa scoperta fondamentale, che conviene mirare direttamente alle tentate soluzioni disfunzionali, mettendo in secondo piano la storia precedente, le possibili cause, ecc.?

Il gruppo americano di Palo Alto: Watzlawick, con il libro più rivoluzionario che è Change.

Un aspetto della terapia strategica che può apparire sconcertante, e magari venire frainteso e sottovalutato, mi sembra il rifiuto della solennità e dell’ostentazione: l’atteggiamento quasi noncurante del terapeuta, i piccoli interventi in apparenza quasi casuali…

Sì, può essere interpretato come semplificazione, o peggio come banalità. Questo approccio sembra una semplificazione della realtà, perché tutti abbiamo la tendenza alla complicazione! Del resto, anche noi terapeuti rischiamo spesso di complicare: a volte siamo troppo intervenienti, abbiamo fretta; e se una cosa non funziona subito, ci viene la frenesia di correggere il tiro. Anche in terapia esiste una tentata soluzione disfunzionale: insistere, e cercare di fare di più sulla stessa linea! Bisogna tornare indietro, e riesaminare, invece di accanirsi.

Credevo che fossero solo i pazienti, a «fare di più della stessa cosa». I terapeuti non sono molto flessibili?

Nell’operatività sono flessibili, e hanno delle capacità di soluzione dei problemi più ampie del normale; però scherzando noi diciamo che i terapeuti sono una categoria molto resistente al cambiamento!

Secondo quello che ho imparato anche leggendo, mi pare che il metodo della terapia breve strategica si evolva continuamente, sia in continuo movimento, di anno in anno.

Sì, è così. Con il continuo lavoro di aggiornamento che facciamo, si evita di sclerotizzarsi, anche se è faticoso di volta in volta riformulare il sistema delle conoscenze e delle applicazioni. Poi si tratta di affinare le tecniche, rendendole sempre più sofisticate, con il modo pragmatico dell’imparare facendo… Del resto, io accetto volentieri di essere come l’ostrica, che si sente pungere e infastidire dai granelli di sabbia: se questo serve a costruirci intorno qualcosa di buono!

Sempre a proposito dell’efficacia: la riuscita di questo approccio terapeutico è diversa per diversi disturbi?

L’approccio strategico esplicita chiaramente su quali tipi di disturbi funziona meglio: le fobie, gli attacchi di panico, le ossessioni e compulsioni, i disordini alimentari, i disturbi sessuali; mentre invece ci sono altre aree dove non abbiamo la stessa efficacia. Questo metodo funziona meno sulle psicosi (che del resto sono difficilissime per qualunque approccio terapeutico); e, almeno finora, sulla depressione.

Ora però esiste un primo tentativo di protocollo sistematizzato anche per la depressione. La depressione è un disturbo più invasivo, che coinvolge di più l’insieme della personalità. C’è un 30% di casi che non risponde bene; e le ragioni possono essere molto complesse. Per fare un esempio, per un depresso il vantaggio secondario del restare ammalato è sostanzioso: cioè tutte le attenzioni e il conforto e la compassione che riceve abitualmente in famiglia.

Con la depressione, per il terapeuta ci sono dei grossi rischi da prendere. Una volta ero in treno, mi ha telefonato un paziente, mi ha detto che stava per ammazzarsi in quel momento.

Che cosa ha fatto?

Ho fatto una cosa azzardata, ma non vedevo altre strade. Gli ho detto: «Peccato, dovevo dirle una cosa importante». Eravamo in galleria, avevo paura che potesse cadere la linea, e infatti è caduta. Non potevo fare niente, ho passato dei brutti minuti. Ma lui ha richiamato, e mi ha chiesto: «Che cos’è che voleva dirmi?». Allora gli ho dato appuntamento per l’ora in cui sarei arrivato a Padova.

Che stress! E se diceva la cosa sbagliata?

Se lo pregavo, se gli dicevo non lo faccia, pensi alla sua famiglia, e discorsi simili, andava male, perché quei discorsi se li era già fatti lui, e riusciva a disinnescarli.

Allora è la curiosità che ha vinto?

Sì, la curiosità: uno non si ammazza, perché ci tiene a sapere che cosa succederà cinque ore dopo, il mese dopo, o tra due anni.

Ci sono delle tecniche che aiutano a fissarsi degli obiettivi, e a raggiungerli?

Fissarsi un obiettivo è già di per sé un’azione molto importante: mette in luce se una persona davvero capisce la dialettica della situazione in cui si trova; se sa individuare una cosa desiderata che sia davvero raggiungibile, in una dimensione di possibilità e non di utopia. L’utopia, le scelte molto radicali, portano alla frustrazione. Se un obiettivo è sproporzionato, non c’è tecnica che valga.

Il primo passo è individuare un obiettivo opportuno. Ciò implica anche il fatto che uno conosca le proprie risorse. Inoltre – già subito all’inizio – bisogna fare i conti con l’ansia e con la paura di non farcela: perché quegli obiettivi che implicano una realizzazione professionale, o sentimentale, agiscono fortemente sulla sfera emotiva, e per la loro stessa importanza possono apparire a priori schiaccianti.

Una volta fissato un obiettivo opportuno e adatto, come si procede?

Un buon metodo da adottare è la cosiddetta «tecnica dello scalatore»: consiste nel disegnare il percorso da compiere a partire non dalla base della montagna, ma dalla vetta, e nel definire le tappe intermedie muovendosi all’indietro. Insegna ad andare con sicurezza nella direzione giusta, seguendo il tragitto migliore che porta alla meta. E insegna a frazionare il compito globale in tanti micro-obiettivi: si stabiliscono degli obiettivi più piccoli, anche molto piccoli, da conseguire uno alla volta, e cominciando da subito.

Quindi bisogna fermare l’attenzione solo sul primo compito, sulla prima tappa?

Non si deve alzare lo sguardo verso il traguardo ultimo, ma tenere gli occhi puntati sul prossimo micro-obiettivo. Dobbiamo restare nell’immediatezza, con una visuale più ridotta, e “dimenticarci” in qualche modo dell’obiettivo finale: perché se guardiamo continuamente quello, ci sentiremo sempre troppo distanti e inadeguati, e ci sembrerà di non farcela, mentre magari stiamo avanzando bene.

Mi sembra molto difficile questa procedura di delineare – andando a ritroso – tutte le tappe di avvicinamento all’obiettivo: mi sembra che richieda un enorme sforzo di preveggenza, e come una grande visione d’insieme…

Sì, ma questo diagramma, questa scala a molti gradini, si può considerare a sua volta un obiettivo: non va disegnata per forza tutta quanta nella stessa unità di tempo! All’inizio ci possiamo configurare all’incirca il tracciato del percorso, con la sua serie di tappe, che poi però potremo correggere e aggiustare man mano nei dettagli, a contatto con le difficoltà che emergeranno. Si corregge, si modifica, si aggiustano le distanze e i tempi in modo elastico, flessibile. Intanto viene realizzato un accumulo di piccoli conseguimenti, che sono ottenuti con dei comportamenti senza stress; e i piccoli traguardi singoli ci avvicinano sempre più al traguardo generale.

E quando si è vicini, che cosa è meglio fare o non fare?

Pensi ai corridori in bicicletta: guardano il traguardo solo quando ci stanno sotto, o l’hanno già superato. Nello sprint finale non si voltano, non controllano più niente: non c’è dispersione, è tutto sforzo concentrato.

Ho un ricordo precoce, di un’esperienza per me straordinaria: la gara dei bambini in triciclo. Avevo appena due anni, eppure mi ricordo benissimo, rivedo chiaramente le facce delle persone che mi circondavano al traguardo. Gli altri bambini erano un po’ più grandi di me, avevano almeno tre anni; erano partiti subito al segnale, e invece io ero rimasto lì fermo, bloccato. Poi mi sono messo a pedalare senza guardare più niente; e non ho visto il traguardo quando l’ho passato: mi sono reso conto di aver vinto solo perché tutti mi festeggiavano. Ma non ci pensavo, mentre correvo. Era puro slancio…

è stato come nello stratagemma paradossale del «partire dopo per arrivare prima».

Sì. Non mi era venuto in mente, ma è così.

A volte, quando si è vicini al traguardo, si può avere una sensazione di scoraggiamento a un passo dalla meta: una specie di angoscia che la cosa voluta venga strappata all’ultimo…

Sì, questa preoccupazione di perdere la cosa desiderata può creare problemi, perché genera un comportamento disfunzionale: ci fa innalzare il livello del controllo, ci fa andare in overdose di controllo. E produciamo noi stessi una turbolenza che ci allontana dal nostro obiettivo. Se continuo a intensificare il controllo per paura che la mia meta si dissolva, è probabile che sia proprio io, a causare la dispersione. Allora conviene adottare questo metodo: mettere contro la paura una paura più grande. La paura maggiore, che sia io stesso a causare la perdita, riduce la paura minore, che la cosa desiderata scompaia.

Del resto, sono utilissime in questo caso le considerazioni di François Jullien, quando parla del modo di assecondare il corso delle cose, e di farsi portare dalla «propensione», senza forzare. Se un oggetto rotola su un piano inclinato, e noi gli diamo una spinta nel tentativo di accellerare il moto, lo mandiamo fuori strada! Più ci si avvicina alla meta, meno bisogna controllare: e invece conviene affidarsi al cambiamento che è già in corso, e che continuerà naturalmente a svolgersi.

Avviene la stessa cosa in psicoterapia, dove è importante non essere iper-intervenienti, perché si rischia di rovinare il cambiamento, che ha i suoi tempi. Occorre individuare e rispettare la direzione che il paziente stesso indica, magari a sua insaputa; e assecondarlo senza forzare, in una specie di “danza” relazionale. Uno dei difetti del pensiero occidentale è l’eccesso di aggressività: siamo troppo intervenienti.