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Dialogo sulla Psicoterapia Strategica – 4° parte:

Che cosa:

Concetti e strumenti della terapia. –

Uno strumento di forza impressionante mi sembra il «fare come se». Ma è possibile dire che c’è anche una parte di gioco, che può anche essere uno strumento divertente da usare?

«Fare come se» serve per andare al di là dei propri confini: è un gioco di azione, che esplora nuove capacità di relazionarsi con gli altri, in un nuovo quadro di riferimento. Lo si può usare anche fuori della terapia, nella vita normale. Faccio come se, e scopro capacità che non sapevo di avere. Ci vuole anche una certa leggerezza. La leggerezza è propria dell’agire dei giovani; e poi si recupera come riacquisto dell’età matura.

Con il «fare come se» possiamo costruirci abitudini diverse, agendo e continuando ad agire come se le cose stessero già nel modo che immaginiamo e desideriamo. Sfruttando la potenza della ripetizione, posso diventare più espansivo, più cordiale, più attraente, più spiritoso, più simpatico: agendo come se già lo fossi, metto in atto la capacità pragmatica di un comportamento che non avrei creduto di poter gestire.

Si tratta di immedesimarsi in una parte, e adottare un comportamento nuovo, magari per poco tempo durante l’arco della giornata: sulla base dei risultati relazionali ottenuti, ciò che prima era finzione o artificio diviene sempre più parte di me; sempre più colgo gli effetti concreti della realizzazione di ciò che desidero, o di ciò che mi fa star bene. È la profezia di “come vorrei essere” che si realizza nei nuovi comportamenti, nelle emozioni corrispondenti, e nelle mutate percezioni di me, degli altri e del mondo, all’interno di un diverso e magari più soddisfacente contesto relazionale.

Quindi usando il «come se» possiamo escogitare delle maniere alternative di comportarci in una situazione problematica?

Sì, per esempio mi scelgo come modello una persona ammirata, con cui ho un legame affettivo forte: mi chiedo «Cosa farebbe lui in questa situazione?», e agisco così come penso che si comporterebbe questa persona.

Forse allora mi basterebbe scegliere di imitare qualcuno che sia diverso da me per carattere: faccio finta di essere la mia amica tale, e agisco come agirebbe lei… è come un gioco, mi sento al sicuro.

C’è un’altra considerazione importante. Qualunque esperimento si scelga di fare, più o meno indovinato, il risultato è che comunque si agisce in modo diverso da prima, e si interrompono le tentate soluzioni: cioè quei comportamenti che, in modo del tutto inconsapevole, impedivano una mia percezione più funzionale della mia realtà. Quindi non è indispensabile trovare subito dei modi brillanti o “intelligenti”, l’importante è che siano diversi! Se poi vedo che un modo non funziona, la volta successiva lo cambio.

Magari può succedere che i miei comportamenti funzionino benissimo, e invece non sia più adeguata l’immagine che ho di me stesso?

Esattamente. La riflessione è più lenta, l’immagine che elaboro di me stesso può essere in ritardo rispetto alla mia realtà mutata: può essere un’immagine riduttiva! Per questo non si stabiliscono un prima e un dopo separati, nel processo del cambiamento: non c’è prima il comprendere, e poi l’agire. Se la mia azione o il mio comportamento funzionano, prima o poi tutto ciò influisce in termini positivi su una migliore immagine di me.

L’approccio strategico non incoraggia all’autoriflessione, vero?

Non incoraggia a “riflettersi addosso”. Vale l’insegnamento del millepiedi: se il millepiedi riflette troppo su sé stesso, osservando ossessivamente i suoi mille piedi in movimento, gli sembrerà impossibile continuare a camminare: e immediatamente smetterà di camminare, si bloccherà. Spesso l’esasperata analisi di noi stessi, l’eccessiva narrazione fatta di elaborate interpretazioni del passato, quando non si misura con la realtà e con la pragmatica dei comportamenti nel nostro presente, costituisce una mediazione dannosa, e quasi mai portatrice di evoluzioni personali o di soluzioni dei problemi. Anzi, un metodo di grande efficacia, se ci rendiamo conto di chiederci troppi perché, è quello di «bloccare le risposte» alle domande interiori, quando lavorano a costruire un autoinganno negativo, cioè una modalità disfunzionale di risolvere i nostri piccoli o grandi problemi.

Ecco, proprio il «blocco delle risposte» mi è parso uno strumento molto sconcertante: forse perché è così contrario al mio abito mentale.

Un momento: qui non si parla di una dimensione normale del pensiero, ma di quando il pensiero diventa fonte di sofferenza! Questa tecnica mette un freno alla propensione problematica del pensiero quando diventa dannosa: la causa dell’incremento di pensieri negativi è proprio il fatto stesso di elaborare risposte possibili, che però non ci appaiono mai definitive o risolutive. è come il rapporto tra la ruota della bicicletta e i pedali: più pedalo e più incrementerò la velocità di rotazione della ruota stessa. Vale nel campo dell’ansia, delle fobie, delle ossessioni. Una persona ha idee preoccupanti, e allora cerca di costruire delle risposte consolatorie: che però rimandano alle idee preoccupanti, e anzi le potenziano, perché trovano ogni volta nuovi livelli di preoccupazione. Oppure uno si prospetta delle alternative inutili, rimuginando sul passato: come sarebbero andate le cose, se in quell’occasione avessi fatto questo invece di quello… Non c’è limite all’ostinazione.

Queste modalità di pensiero disfunzionali vengono di solito incoraggiate dai comportamenti inadatti che noi mettiamo in atto quando viviamo un problema impediente, dal momento che tali tentate soluzioni disfunzionali producono – tra azione sbagliata e pensiero autoriflettente – un circolo vizioso, che perdura nel tempo, e che fa aggravare, nella sua persistenza, il grado di difficoltà e di sofferenza del soggetto.

Le risposte che non soddisfano producono maggiore riflessione, generano altre risposte più complesse, fanno nascere nuovi perché. E la risposta più astuta, più intelligente, non fa che rendere più intelligente e più arguta la domanda successiva. Questo processo allontana dalla soluzione: imprigiona in teorie troppo complesse, e impedisce di trovare la strada buona. Invece il blocco delle risposte: «Mi rifiuto di rispondere a questa mia domanda, la lascio cadere», impedisce che nascano nuove domande, ferma l’escalation, rallenta il flusso dei pensieri, che non trovano più nutrimento e che, pian piano, si estinguono.

è come se il pensiero si avvitasse su sé stesso?

Sì, un avvitamento. Il pensiero si avvita e cresce all’infinito su sé stesso, a spirale.

La sorpresa è un elemento chiave in parecchie tecniche della terapia strategica. Allora mi domando: libri e conferenze – rivolti non agli specialisti ma a un pubblico normale, e quindi anche a potenziali pazienti – non rischiano magari di disinnescare l’effetto sorpresa di certi procedimenti?

Allude allo svelamento delle tecniche? Guardi, il fatto che una persona le conosca sembra essere irrilevante, ininfluente; anzi al contrario, a volte sembra favorire la riuscita del trattamento. Un conto è studiare alcune procedure dall’esterno, da un punto di vista intellettuale; un altro conto vederle adattate alla propria situazione personale. E c’è una differenza sostanziale nel contesto: il contesto in cui una certa tecnica viene illustrata (che sia libro, sala di conferenze, o seminario) è profondamente diverso dal contesto dello studio del terapeuta. In questo caso succede che il contenitore cambia il contenuto, l’ambiente dove si svolge la terapia cambia il contesto percettivo ed emotivo del paziente, che precedentemente ha letto o studiato le tecniche della terapia strategica.

Poi interviene anche la flessibilità del terapeuta: dove ci sono persone particolarmente sensibili al controllo, o preoccupate che i metodi possano non funzionare perché già li conoscono, allora si usa la creatività: si fa fare una cosa diversa, si inventa una prescrizione sostitutiva. «Questa prescrizione non è adatta a persone come lei, non funziona». E invece di assegnare il compito che il paziente si aspetta, ne prescriverò un altro che svolge una analoga funzione protocollare. Il soggetto viene posto in una situazione emotiva così forte che non fa ricorso alla logica e al ragionamento. Insomma, bisogna continuamente inventare, adattare e ristrutturare.

Si può affermare che uno degli stratagemmi più emotivamente sconvolgenti per un paziente è la cosiddetta «fantasia del miracolo»?

Si tratta di mettere il paziente in una situazione immaginativa forte, dove possa realizzarsi un come se autoprofetico. Se si sceglie il momento giusto, e si dicono le parole con la giusta carica suggestiva, questo intervento induce nel paziente l’immaginazione molto potente di uno scenario in cui qualcosa di diverso potrebbe avvenire. Provoca una grandissima aspettativa. Si chiama miracle question, nella formulazione di Steve De Shazer: «Immagini che, mentre lei dormiva, sia avvenuto un miracolo: il problema che l’ha portata qui, è risolto. Da quali segnali, interni o esterni, se ne accorgerebbe? che cosa si troverebbe a fare di diverso? chi, delle persone intorno a lei, noterebbe per primo che c’è qualcosa di cambiato?».

De Shazer preferiva indicare lo spazio della notte, in cui il miracolo sarebbe avvenuto durante il sonno; e insisteva sull’idea di segnali molto piccoli: «Si aspetti delle piccole cose; occorre osservare molto bene. Stia molto attento, guardi bene le cose sullo sfondo». Organizzava la sua terapia, orientata alla soluzione, intorno a questa miracle question, e lasciava buona parte del lavoro a questo autoinganno positivo.

Nardone preferisce una formulazione per così dire più laica: «Immagini che lei adesso esce dalla porta dello studio, e il suo problema sparisce, all’improvviso, per magia. Che cosa farebbe di diverso?». E poi dice al paziente che deve fare, deve mettere in atto nella pratica quotidiana, queste cose diverse che ha immaginato, cominciando dalla più piccola.

Comunque è necessario usare contemporaneamente anche altri tipi di intervento, per far sì che il paziente interrompa il circolo vizioso delle sue tentate soluzioni disfunzionali, cioè smetta di fare le cose sbagliate e controproducenti che mantengono in vita il suo problema. Nardone si focalizza sulla struttura del problema, cerca il movimento capace di sbloccare questo meccanismo. La «fantasia del miracolo» da sola non basta.

Certo che è una bella scossa emozionale, soprattutto per un paziente religioso: magari lui è lì che sta pensando dentro di sé che solo un miracolo potrebbe aiutarlo… e il terapeuta gli dice proprio questo!

Si rispetta sempre l’ideologia del paziente. Miracolo è una parola forte, e se il paziente è religioso, è utile assecondare questa prospettiva.

Quei compiti sgradevoli e fastidiosi che Haley chiamava le «ordalie», che rapporto di somiglianza o dissimiglianza hanno con le prescrizioni della terapia strategica italiana?

Haley faceva alzare le persone alle due di notte per dare la cera ai pavimenti, o per leggere stando in piedi noiosissime riviste scientifiche, perché questo antidoto era peggio del sintomo, e loro preferivano abbandonare il sintomo.

Noi provochiamo questo effetto di esasperazione per esempio con i rituali contro i disturbi ossessivi. Una paziente mi dice che è obbligata a pronunciare una certa frase per difendersi dai pensieri mandati dal Diavolo. Io le dico che ogni volta che succede, deve scrivere la formula a rovescio, e leggerla a rovescio, sette volte: non una volta di più, non una volta di meno, sette volte. Può non farlo, ma se lo fa, deve farlo in questo modo, sette volte. Metto la prescrizione esasperante all’interno di un’illusione di alternative.

Lei usa due voci diverse, a seconda delle occasioni: ha la voce della conversazione normale, delle spiegazioni e dei ragionamenti; e ha l’altra voce speciale, quella «suggestiva».

L’utilizzo della voce è molto importante: c’è dietro uno studio di tipo specificamente “musicale”, perché è una questione di tono, di ritmo, di cadenza. Nelle sedute di terapia si attua una progressione: in un primo tempo si impiega un linguaggio fortemente suggestivo e ipnotico, con questa voce più profonda e ritmata; poi si passa man mano a un linguaggio logico, con una voce normale. Questo doppio impiego dev’essere molto ben misurato, non si deve palesare.

La voce è uno strumento molto potente, vero?

Sì, e si accompagna ad altre tecniche di rinforzo: gesti e posizioni diverse, per esempio un’inclinazione in avanti, o atteggiamenti che si accordano a quelli spontanei del paziente. Dev’essere una specie di danza nel movimento dei corpi. Ora, questo avviene anche nel dialogo normale: per esempio – se lei ci fa attenzione – si usano particolari gesti per stabilire una vicinanza con l’interlocutore, allungando una mano, toccando l’altro su un braccio e simili. La differenza è che nel setting terapeutico è il terapeuta a governare completamente questi linguaggi gestuali.

Mi è sembrato che lei usasse la voce suggestiva anche all’inizio di una conferenza, o nella primissima parte di una lezione…

In questo caso serve per far concentrare subito gli ascoltatori, e per allontanarli dal loro contesto precedente di pensieri e emozioni. Ma si può adoperarla per un periodo di tempo limitato, altrimenti diventa soporifera: non vorrei certo far addormentare il mio uditorio! Bisogna frenare e misurare accuratamente la carica suggestiva: la si accentua quando si raccontano storie e metafore.

In generale, nella memoria di uno spettatore restano le cose dette all’inizio, quelle dette alla fine, e alcune frasi a effetto inserite appositamente.

è come per le opere letterarie: i punti nevralgici sono l’inizio e la fine. Tutti gli scrittori sanno che una volta trovato l’inizio giusto, sembra quasi che l’opera si costruisca da sé.

Nardone poi sostiene che nelle conferenze non bisogna dilungarsi troppo, che è una preoccupazione nostra quella di non dare abbastanza. Dato che chi parla è l’esperto, pensa che sarebbe importante introdurre anche quel certo argomento, e quell’altro, e allargare…

Invece magari per gli ascoltatori è meglio che siano proposti pochi concetti, ben scelti, e definiti in modo nitido e inequivocabile.

è una ricerca di essenzialità.

Il linguaggio suggestivo ha un effetto ipnotico?

Il linguaggio suggestivo, ricco di ripetizioni, cadenzato, magari anche scandito da vere e proprie rime, produce uno stato ipnotico. Uno dei veicoli dell’ipnosi è la regolarità di questa voce speciale, che ha delle oscillazioni e variazioni periodiche, a intervalli previsti: provoca una saturazione percettiva, e come un restringimento del campo di attenzione.

Lei sta parlando della cosiddetta «ipnosi senza trance»?

Sì: è un metodo di gran lunga più potente dell’ipnosi vera e propria, più produttivo. Nella trance, quello che succede, succede all’insaputa del paziente, che impara a un livello inconscio. In quest’altro stato, detto dell’ipnosi senza trance, viene disinnescata l’ansia e sono abbattute le resistenze; e il paziente è come immerso in una situazione piacevole: sta molto bene, prova un senso di benessere. E in questo stato di benessere impara contemporaneamente con tutte le facoltà del suo cervello, quelle logiche e quelle emotive.

Watzlawick direbbe che impara simultaneamente con l’«emisfero sinistro» (quello che impiega il pensiero logico e analitico), e con l’«emisfero destro» (quello che impiega il pensiero intuitivo, sintetico e immaginoso). Ne parla nel suo libro Il linguaggio del cambiamento. Però a proposito dell’uso di questa terminologia, «emisfero destro» contro «emisfero sinistro», Nardone sostiene che è una distinzione semplificatrice, e che sappiamo troppo poco dell’enorme complessità del cervello, per poterla adoperare con disinvoltura.

Magari si potrebbe usare l’immagine dell’emisfero destro e dell’emisfero sinistro – oppure quella dei «due cervelli» – in maniera anche solo metaforica, per intendere due modi diversi di funzionare dell’essere umano.

Oppure possiamo parlare senz’altro di diverse funzioni, di diverse modalità di operare del nostro cervello.

Il linguaggio suggestivo è autorevole, nel senso che ottiene ubbidienza dal paziente?

è necessario che il paziente ubbidisca al terapeuta, cioè che esegua le prescrizioni. Il linguaggio suggestivo ha il vantaggio di creare un ambiente capace di annullare le resistenze.

Ma facciamo un altro passo avanti: non possiamo accontentarci della suggestione percettiva; dobbiamo fare un uso suggestivo dello stesso linguaggio logico-razionale.

Mi può spiegare meglio?

Alludo a una tecnica particolare del dialogo strategico: quella cosiddetta dell’«illusione di alternative». Faccio un esempio. C’è un paziente che ha il problema degli attacchi di panico. Il terapeuta comincia a porgli delle domande a due opzioni, in una serie progressiva prestabilita: «Ha questi attacchi in qualunque luogo, oppure in luoghi precisi? … Ha la sensazione di morire, oppure il terrore di perdere il controllo? … Quando succede, cerca di farcela da solo, oppure chiede aiuto?». Le risposte a queste opzioni orientano il terapeuta a riconoscere la categoria e sottocategoria del disturbo: chi ha paura di morire ha un disturbo piuttosto a base ipocondriaca; mentre chi teme di perdere il controllo ha un disturbo a base ossessiva. Nello stesso tempo, il paziente ha la sensazione che il terapeuta sia molto sollecito, che lo metta con le sue domande al centro dell’attenzione; e ha la sensazione che si arrivi insieme a una definizione del problema che è frutto dell’accordo: «Ha capito che cosa sto vivendo. Ci siamo trovati d’accordo».

Certo, qui si tratta del linguaggio logico-razionale che procede in base al principio di non contraddizione: una cosa è A oppure è B… Però quello di cui il paziente non si accorge, è il fatto che il terapeuta gli dà quelle due sole possibilità di scelta, restringendo il campo degli infiniti possibili…

Sì, a ragion veduta: perché noi conosciamo già la struttura del disturbo, e le sue principali varianti, che fanno parte di una tipologia già studiata. Però al paziente sembra di avere avuto libertà di scelta, nel descrivere il suo problema. Il terapeuta, avendo l’avvertenza di tenersi in una posizione non autoritaria, one-down come si dice, in realtà gli ha suggerito una definizione delle cose.

Questa tecnica dell’«illusione di alternative» allora serve a ridurre la complessità, a semplificare l’orribile caos che il paziente ha in testa… perché quando si sta male, tutto si mescola.

Da solo il paziente non riuscirebbe a mettere in parole il proprio stato, riducendolo agli aspetti essenziali, senza disperdersi in mille dettagli secondari; e invece gli vengono poste queste domande che – in una maniera indiretta e inavvertita – lo incanalano a descrivere le cose in modo semplice e chiaro. Si sente riconosciuto, appoggiato. Non può che concordare. Quando a questo punto gli dico: «Ora le darò dei compiti», lui li farà, perché si è convinto. La prescrizione viene come una naturale conseguenza.

Lei fa uso anche di quella tecnica suggestiva che si chiama della «confusione»?

Sì, soprattutto con i pazienti che propendono alla confabulazione. Parlo per alcuni minuti dicendo cose senza senso, un discorso senza capo né coda. Questo provoca nel paziente uno stato di grande disagio e malessere, da cui ha estrema necessità di uscire. A questo punto introduco un argomento logico, esposto con limpidezza, e subito il paziente concorda, invece di contrastare.

Come fa a capire che una prescrizione è stata accettata?

Prendiamo un paziente ossessivo: se dopo la prescrizione dice «Ah sì» e va via, tutto bene; se invece comincia come al solito a fare mille domande e a questionare, capisco che non farà quello che gli ho prescritto; quindi, perché la cosa funzioni, deve apparire cambiata la sua modalità abituale di comportamento. Zeig, uno dei più importanti allievi di Erickson, definiva semplicemente lo stato ipnotico come uno stato che si discosta dal normale comportamento.

Però nella fattispecie va detto che la suggestione funziona poco con i «grandi ossessivi», cioè con i pazienti che hanno disturbi ossessivi molto seri: si controllano troppo, sono attratti e coinvolti completamente in un dialogo interiore. Con loro bisogna usare un altro metodo: essere molto autoritari, parlare con una certa durezza: «Basta! non mi deve fare più domande!». è necessario contenere il fiume in piena con un comportamento molto direttivo; mettere regole ferree contro il loro continuo debordare; e anche imporre degli aut aut, con delle condizioni molto rigorose.

Questo perché loro producono un’infinita complicazione?

Sì, complicano, inventano eccezioni su eccezioni. Un mio paziente, ossessivo grave, ha terribili difficoltà a lavarsi, teme di essere spiato… gli ho ordinato di fare la doccia una sola volta la settimana, il venerdì.

Chissà come è sollevato di sentirsi dare un ordine chiaro e univoco.

Comincia a andare meglio.