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lug
10

Dialogo sulla Psicoterapia strategica

Dialogo sulla Psicoterapia strategica- 3° parte:

Chi: I due attori del teatro della guarigione: il paziente e il terapeuta.

A volte nella conversazione lei usa metafore teatrali: il terapeuta come regista del gioco, come attore. Sarebbe corretto dire che la terapia è un teatro che guarisce?

Sicuramente. Il terapeuta dev’essere un bravo comunicatore, nel senso di possedere una vera capacità di recitazione. Deve avere familiarità con la logica della finzione: s’intende, finzione impiegata per uno scopo nobile. È un vantaggio che il terapeuta abbia capacità teatrali, magari di vero e proprio prestigiatore e illusionista: il mio collega Matteo Rampin ha studiato, nel libro Terapie apparentemente magiche, la forte analogia tra gli aspetti illusionistici dei giochi di prestigio e certi elementi di struttura degli stratagemmi terapeutici elaborati da Giorgio Nardone. Tra l’altro, i giochi di prestigio, con il loro effetto di sbalordimento suscitato nello spettatore, hanno un nesso di forte somiglianza con l’esperienza emozionale correttiva vissuta dal paziente nella terapia strategica.

Alla stessa stregua, è vantaggioso utilizzare in terapia il racconto metaforico, quello proprio di storie aneddoti e aforismi, in quanto permette (attraverso i linguaggi fortemente suggestivi di tali forme letterarie) di aggirare la frequente resistenza al cambiamento, consentendo al paziente di aderire emotivamente ad una rappresentazione arguta, oppure apparentemente magica, oppure poetica, della realtà di cui ci stiamo occupando.

Direi che, dando per buona l’affermazione che la terapia possa essere come un teatro che guarisce, gli attori del cambiamento sono sia il terapeuta che il paziente, con ruoli diversi, ma impegnati entrambi in una rappresentazione scenica, ovvero in una “danza relazionale”, dove la conclusione dello spettacolo è la soluzione del problema.

Lei mi ha mostrato un graziosissimo gioco di prestigio, e mi ha detto che è semplice, ma nemmeno alla quarta volta che lo ha ripetuto sono riuscita a capire come funziona! Quando se ne serve?

Con i bambini. Con loro, il fascino e la credibilità del terapeuta non vengono dalla serietà, o da procedimenti logici e argomentativi: con i bambini bisogna guadagnarsi una credibilità fantastica. Questo lì dove è possibile lavorare con loro, cosa che non accade frequentemente, data la natura ed il contesto relazionale dei problemi che caratterizzano l’infanzia e l’adolescenza: è molto più agevole, in tali casi, lavorare con le figure genitoriali o di riferimento.

Adesso mi spiega il trucco del giochino con il fazzoletto rosso?

Guardi, c’è una cosa che non ha visto: una cosa che non sapeva che ci fosse. E comunque non glielo spiego: me l’ha vietato il mio collega Rampin, il quale oltre che essere un bravo terapeuta, è anche un prestigiatore professionista… Mi passa sotto banco qualche piccolo gioco, con la minaccia che se ne rivelassi il trucco mi farebbe “sparire” con una magia… e francamente non mi va di rischiare: sa, è molto bravo!

Chi crea il copione nella terapia?

Il copione si crea insieme con il paziente. Il terapeuta ha la responsabilità di proporlo e di fare da guida; poi entrambi lo gestiscono. Il paziente è convinto di aver creato una realtà che venga da lui stesso; ma la regia è del terapeuta. Deve stare attento che non si vada fuori strada. Ogni copione poi va avanti con una sua velocità e un suo stile, se è stato impostato bene, con i criteri giusti e con le opportune varianti del protocollo di trattamento.

C’è anche una parte di improvvisazione sul momento?

Possono presentarsi delle necessità imprevedibili. Alcuni compiti terapeutici, per esempio, non calzano con la realtà individuale di una data persona. Oppure anche si possono incontrare dei disturbi con una struttura particolare: dei sottotipi della casistica nota, con variabili originali. Allora bisogna inventare: la creatività è importantissima. Bisogna adattare, seguendo i criteri generali, e procedendo per analogia.

Per inventare sul momento, si deve far leva sulle caratteristiche della persona, decidendo per esempio se giocare sulla sfida, oppure su un’ammissione di errore: «Mi ha fatto capire che con lei questo metodo non funziona». Solo due pazienti su cento si rifiutano di fare la «mezz’ora di passione». Bene, io dico: «Lei farà dieci secondi di peggiore fantasia». E se questo al paziente sembra troppo poco e protesta, gli dico: «Non sono sicuro che uno come lei sia in grado di fare di più».

A quanto capisco è necessaria anche una bella velocità di iniziativa?

La velocità di iniziativa è una capacità che si sviluppa con l’esperienza, con la dimestichezza elaborata a partire dall’analisi degli errori che si compiono; infatti, la velocità nel decidere la variante di un protocollo terapeutico per una difficoltà mai affrontata prima dipende dalla preparazione tecnica, dall’evoluzione stessa del modello strategico di trattamento.Quindi: velocità e creatività come sviluppo di un modello in continua evoluzione e non come il fortunato guizzo creativo del momento.

È vero che molte persone lottano disperatamente per anni contro i loro problemi, estenuandosi senza arrivare a una soluzione; ma tirano per le lunghe, perché l’idea di andare in terapia le intimidisce, o le mortifica?

Per questo molti non cominciano neanche! Proprio adesso ci ha interrotti questa telefonata, di un paziente nuovo, come avrà capito: l’ho sentito incerto, e allora gli ho dato qualche minima informazione, prima di invitarlo a richiamare più tardi.

Se tagliava corto, poteva anche perderlo?

Sì. Era indeciso, aveva bisogno subito di alcune informazioni.

Credo che chiunque telefoni per la prima volta abbia molta ansia, e cerchi di valutare l’unico elemento di cui dispone, la voce del terapeuta. Se può concludere: «Mi ha dato l’impressione di essere molto professionale, molto rassicurante», allora verrà in terapia.

Il terapeuta deve apparire rassicurante! E la terapia comincia già dalla prima telefonata: anch’io devo concentrarmi per capire che tipo di persona c’è dall’altra parte, e trattarla nel modo giusto.

Conta molto la prima impressione tra terapeuta e paziente?

La prima impressione è fondamentale. è incredibile come si formi in fretta, una sintesi fulminea. Il terapeuta deve dare al paziente l’impressione di essere esperto, e che il suo problema si possa risolvere.

Durante la terapia qual è il suo atteggiamento prevalente?

Nel modo di trattare i pazienti non c’è una regola assoluta, e non esistono atteggiamenti preconfezionati. Assumo un atteggiamento più duro o più morbido, e uso toni differenti e un linguaggio diverso, a seconda del tipo di persona che ho davanti; cioè mi adatto alle caratteristiche individuali del paziente – oltre che alle caratteristiche del problema, alla fase della terapia in cui ci si trova, ecc. In certi casi è opportuno impiegare un linguaggio più misurato, moderato da molte attenuazioni; altre volte è meglio essere ironico, oppure autoritario.

Esiste per il terapeuta il rischio di essere manipolato dal paziente, e come?

Sì, per esempio il terapeuta si deve difendere da sentimenti intensi di simpatia o viceversa di antipatia che il paziente gli ispira, e che potrebbero interferire negativamente con la terapia: la simpatia potrebbe rendermi più soft e meno direttivo del necessario, e l’antipatia l’opposto, troppo duro.

Poi ci sono i pazienti che sfidano apertamente e con brutalità, e bisogna tenere il colpo. Una signora entra e mi dice: «Io non mi fido di lei, e di nessun psicologo». Suscita una reazione di rabbia, che va ignorata. Le rispondo: «Lei fa benissimo a non fidarsi. Anzi, più mi fa opposizione, più mi aiuta, ecc.». Qui bisogna sfruttare la resistenza. Ci sono quelli che sfidano il terapeuta non ubbidendo alle prescrizioni; oppure quelli che hanno un atteggiamento fortemente seduttivo: in questi casi bisogna gestirlo e volgerlo a favore del cambiamento, cioè della soluzione del problema.

Il paragone frequente con la partita a scacchi è seguito nei libri di Nardone dall’affermazione che paziente e terapeuta vincono o perdono tutti e due, che la vittoria dell’uno è anche la vittoria dell’altro. In questa prospettiva, non parrebbe una contraddizione che si dia tutto il merito della guarigione al paziente, e tutta la responsabilità dell’eventuale fallimento al terapeuta? Oppure è anche questo uno stratagemma, un’altra utile finzione?

Anche questo fa parte della ristrutturazione cognitiva finale: lo scopo strategico è di motivare il paziente ad avere fiducia in sé stesso, a credere nelle sue possibilità, a riprendersi la sua autonomia.

Ma allora è solo un artificio retorico?

Non direi così. Noi siamo dei tecnici, che sgombrano il campo da quegli elementi che non permettono al paziente di vedere altre strade praticabili. Certo, ci vuole bravura a sbloccare le tentate soluzioni, ma poi tutto il processo successivo va avanti quasi per conto suo: è come un bob, che una volta avviato, corre giù per la discesa. Talvolta il tecnico deve levigare bene la pista, rimuovere ostacoli sul percorso e gestire insieme al paziente la velocità del cambiamento; ma è il paziente stesso ad attivare o a costruire risorse che prima non c’erano.

Poi c’è un altro aspetto di cui tener conto, ed è l’onestà del terapeuta di ammettere, quando càpita, un proprio insuccesso. Gli psicanalisti hanno la scappatoia facile di ristrutturare i fallimenti terapeutici come risultato delle resistenze del paziente. Invece, a volte, càpita, di avere un insuccesso: l’importante è che sia raro.

Parliamo per un momento non dei pazienti, ma delle persone che seguono i suoi corsi e le sue conferenze. Fanno un sacco di domande!

Sì, le stimolo apposta.

Non è difficile controllare l’andamento del discorso, quando si suscitano domande così a raffica, una via l’altra?

è una questione di stile personale. Ognuno fa a modo suo. Io mi diverto di più in questo modo.

A volte ho visto che lascia che i partecipanti si rispondano tra di loro prima di intervenire; oppure glissa, se una domanda è del tutto fuori tiro o insensata…

Ci sono persone che intervengono perché sono molto interessate alla tematica, o perché si sentono gratificate di partecipare al dibattito. Alcuni proprio non riescono a entrare nella prospettiva del discorso, che per loro è insolita. Io in questi casi cerco di essere più chiaro, faccio degli esempi, parlo per metafore.

Già, però se una persona le fa opposizione, o è provocatoria nel proprio argomentare?

Io ringrazio chi mi fa opposizione, e ristrutturo il contrasto, dicendo che rende meno noiosa la lezione.

Forse una delle maggiori difficoltà per chi ascolta, è seguire il suo discorso che si muove sul discrimine tra normalità e patologia, e in certi casi si sposta di più verso la terapia e le sue tecniche, in altri casi verso la comunicazione quotidiana.

La linea di discrimine tra normalità e patologia è sottile e poco nitida; non sempre si può tracciarla nettamente. C’è un ondeggiamento. A definire i modi giusti della comunicazione efficace, arriviamo studiando i modi sbagliati della comunicazione patologica.

Bisogna continuamente distinguere. Il cambiamento deve essere cercato, se le cose non vanno bene; ma può darsi che uno abbia un buon equilibrio, che allora ovviamente va conservato, e lì dove serve, va certamente evoluto. I cosiddetti «problemi» sono di mille tipi diversi e hanno tante dimensioni: di problemi, ne risolviamo moltissimi ogni giorno, come fatti normali della vita quotidiana, senza bisogno di aiuto. è una questione di natura e di misura delle difficoltà: che solo nel caso in cui mi impediscono di fare cose per me importanti, divengono dei veri e propri problemi.

Alla fine quello che desidero è che da una mia conferenza tutti portino a casa qualcosa, in termini di informazione o di riflessione. Magari non si ricorderanno le leggi della comunicazione, ma possono sempre andare a leggersele su un libro. Ma ricorderanno un esempio, un caso, una storia, un’emozione.