Come cambierebbe la nostra vita se, d’improvviso, non potessimo più udire i rumori, le voci, i suoni? Come riusciremmo a comunicare se non avessimo più la capacità di articolare, modulare parole e frasi in un contesto discorsivo delineato dalle regole della grammatica e della sintassi della nostra lingua nativa? Come potremmo rinunciare al potere espressivo e relazionale dell’aspetto semantico della comunicazione senza trovarci in un mare magnum di incomprensioni o di fraindentimenti? Ed ancora, c’è da chiedersi, come sarebbe possibile, in una siffatta situazione di deprivazione sensoriale, raggiungere livelli di astrazione del pensiero tali da permettere l’elaborazione dei concetti nelle forme comparative, interrogative, assertive, implicative? E come, poi, utilizzare le analogie, i doppi sensi, le metafore essendo privi della lingua parlata?
Tale ipotetica realtà potrebbe apparirci difficile se non insopportabile per la qualità della nostra vita; non faremmo i conti, però, con la straordinaria capacità che il nostro cervello ha di adattarsi alle nuove situazioni sensoriali inducendo altri organi di senso e altri apparati motori ad una funzione vicaria capace di salvaguardare, attraverso altri canali, la comunicazione interpersonale e lo sviluppo intellettivo.
Immaginiamo, ora, che tale deprivazione del canale uditivo non sia più improvvisa, a seguito di accadimento accidentale, o determinata da un progressivo decadimento in età senile, ma sia connaturata alla nostra esperienza sensoriale, in quanto intervenuta in età post-natale, in quella fase evolutiva che si suole definire come prelinguale; è il caso di tutti quei bambini audiolesi la cui ipoacusia sia comparsa nei primissimi mesi di vita, costretti a vivere in un mondo privo di suoni e a non poter percepire la voce umana.
Il bambino audioleso, in realtà, è in grado di riorientare il suo apparato neurosensoriale sviluppando acutissime capacità visive che, nei primissimi mesi di vita, lo rendono estremamente sensibie verso l’ambiente esterno dandogli, rispetto al bambino udente, particolari capacità di cogliere ed organizzare le informazioni provenienti dall’espressione del volto materno e dagli stimoli ambientali cinestesici che danno significato al suo mondo.
Oliver Sacks, che ha avuto modo di studiare a lungo gli aspetti dello sviluppo neurosensoriale e linguistico dei bambini audiolesi figli di genitori audiolesi, ha notato che tali bambini, abituati sin da piccolissimi alla gestualità ed alla L.I.S. (lingua italiana dei Segni) usata dai propri genitori per comunicare, erano in grado, all’età di sei mesi, di comunicare alla mamma gestualmente, in modo ovviamente ancora rudimentale, la volontà di assumere il latte materno; ed ancora all’età nella quale il bambino udente (dai 18 ai 36 mesi) esplora ed esperimenta, per la prima volta, il linguaggio parlato costruendo, in modo stupefacente, le regole grammaticali della lingua materna, nello stesso periodo il bambino sordo che sin da piccolo ha avuto modo di apprendere la lingua dei segni, usa il linguaggio segnico in modo rudimentale, come protolinguaggio ma lo colloca correttamente all’interno di precise regole grammaticali e sintattiche che fanno della lingua dei segni una vera e propria lingua.
Di estrema importanza nel linguaggio dei segni è il potere denotativo che le varie espressioni facciali esercitano su una determinata costruzione sintattica con frasi segniche relative, assertive, interrogative, giungendo a denotare la funzione anche degli avverbi o di quantificatori.
Secondo alcuni dati emersi da una ricerca americana degli anni 70, riportata da una delle più note studiose italiane della L.I.S. (Virginia Volterra) è emerso che i bambini audiolesi che sin dalla nascita hanno acquisito la Lingua dei Segni, non hanno subito alcun ritardo circa le tappe dello sviluppo cognitivo rispetto ai bambini udenti.
E’ a questo punto utile chiarire come esistano vari tipi di sordità e come gli effetti sullo sviluppo cognitivo dipendono dai vari gradi e dai diversi periodi di insorgenza di questa seria deprivazione sensoriale.
Si parla infatti di ipoacusia lieve nel caso in cui le capacità uditive siano ridotte ma non compromesse (in genere nel periodo post-linguale o nella terza età per perdita progressiva) e comunque tali da permettere, con l’aiuto di protesi acustiche, di udire adeguatamente la lingua parlata; ci sono poi sordità definite “gravi” a causa di una disfunzione o lesioni dell’apparato acustico nei primi anni di vita, ed anche in questo caso, con un’adeguata protesizzazione è ancora possibile udire la voce altrui ed articolare adeguatamente il linguaggio parlato.
Si parla, infine, di “sordità profonda” nei casi di serio danno dell’orecchio interno o delle varie sezioni del nervo acustico, ed in questo caso si ha l’impossibilità di udire la voce umana e di comprendere la straordinaria ricchezza dei suoni articolati, per cui i sordi profondi dovranno allenarsi alla lettura labiale, agli estenuanti esercizi logopedici e/o all’uso della lingua dei segni. In questo caso di sordità le protesi acustiche saranno molto più utili, anche se solo allo scopo di mantenere o potenziare le residualità discriminatorie dei vari tipi di suoni.
Un’altra importante distinzione, a proposito della sordità profonda, è quella che vede, da un lato, l’insorgenza della sordità prima del periodo critico dell’acquisizione del linguaggio parlato e delle prime regole grammaticali (tra i 21 e i 36 mesi circa) e, dall’altro, le diversissime implicazioni comunicazionali, nel caso in cui tale insorgenza sopravvenga in un contesto nel quale il bambino, avendo già avuto esperienza di suoni e di voci, si sia già costruito un primo preciso contesto di regole sintattiche e grammaticali, oltre che una soddisfacente capacità articolatoria.
Questa capacità straordinaria che il bambino udente ha di costruire regole grammaticali, all’interno di un periodo evolutivo particolare, non sembrerebbe scaturire esclusivamente dalla spiegazione, da parte dei genitori, di tali regole ma da una particolare predisposizione neurologica, da parte del bambino, ad acquisire un modello comunicazionale con un’attitudine innata a divenire “costruttore” di regole, una volta esposto ad un qualsiasi modello linguistico.
Così Chomsky affermava: “Ritengo che…non possiamo evitare di rimanere colpiti dall’enorme disparità tra la conoscenza e l’esperienza e, nel caso del linguaggio, tra la Grammatica Generativa, che esprime la competenza linguistica del parlante nativo, e i dati scarsi e degeneri in base ai quali il parlante nativo si è costruita questa grammatica”.
Sembrerebbe quindi che anche i bambini sordi perlinguali abbiano queste capacità latenti del sistema nervoso che, una volta esposte alla lingua dei segni, siano in grado di costruire regole grammaticali, sintattiche e nessi linguistici; infatti ancora secondo la concezione di Chomsky: “La struttura profonda del linguaggio ha natura essenzialmente astratta o matematica perciò, in linea di principio, essa potrebbe riportarsi altrettanto bene sulla struttura superficiale di una lingua dei segni, di una lingua del tatto o dell’odorato”. La modalità del linguaggio in quanto tale non rappresenterebbe necessariamente un problema.
Il bambino udente, prima di giungere al periodo in cui comincia ad utilizzare correttamente, dal punto di vista grammaticale e sintattico, la propria lingua, prima quindi di divenire un vero e proprio costruttore del modello linguistico di riferimento, per lungo tempo è vissuto all’interno di un mondo di suoni articolati e contestualizzati che hanno costruito, per così dire, una Gestalt, un insieme significativo di contesti importantissimi per la strutturazione e lo sviluppo della propria programmazione neurolinguistica.
L’acquisizione del linguaggio, secondo un approccio costruttivista, è un processo circolare, dal momento che l’apparato uditivo del bambino è in grado di cogliere e di organizzare i dati esterni in un fluire continuo, divenendo modellamento delle capacità neuro-sensoriali le quali, a loro volta, quando avranno raggiunto un certo grado di sviluppo, agiranno sullo stesso modello linguistico, elaborandolo ed organizzandolo in regole strutturate.
Per il bambino ipoacusico, la cui sordità sia sopraggiunta nel periodo perlinguale, l’acquisizione del linguaggio verbale diventa un’opera faticosissima, in quanto basata esclusivamente sull’esercizio articolatorio e di lettura labiale, senza la possibilità, spesso, di contestualizzare, all’interno di un universo di suoni, il grosso numero di regole grammaticali e sintattiche.
Attualmente in Italia l’istruzione dei bambini audiolesi prevede esclusivamente l’uso della lingua italiana verbale come unico strumento di comunicazione, bandendo l’uso della L.I.S. (Lingua Italiana dei Segni) che, in molti casi, è la lingua madre di diversi bambini affetti da sordità profonda figli di genitori audiolesi.
Tutto ciò, spesso per le enormi difficoltà incontrate da questi bambini nell’assorbimento e nell’uso di un sistema di regole di una lingua vissuta, a volte, come inadeguata al proprio sistema neuro-sensoriale, produce un insuccesso scolastico o, nel migliore dei casi, un ritardo nella crescita cognitiva molto maggiore di quanto si potrebbe addebitare alle cause ed alla natura dello stesso handicap sensoriale.
Ritengo quindi che, da parte dell’istituzione scolastica, la soluzione individuata, in molti casi, per un’adeguata educazione, diventi il vero problema e la vera discriminante al successo ed all’inserimento scolastico dei soggetti audiolesi.